| Introduzione |
| Relazioni |
Massimo
Scalia
presidente del Movimento Ecologista |
Giuseppe
Onufrio D irettore dell’Istituto per lo Sviluppo
Sostenibile Italia (ISSI) |
Vincenzo
Naso Presidente del Centro Interuniversitario per lo Sviluppo
sostenibile (CIRPS) |
Gianni
Mattioli
Coordinatore del dipartimento “Ricerca scientifica e Sostenibilità”
della Fondazione Di Vittorio
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Sintesi dell’intervento di Gianni Mattioli Coordinatore del
Dipartimento “Ricerca scientifica e Sostenibilità”
della Fondazione Di Vittorio
Questo seminario si svolge quando più gravi si determinano
i preliminari annunciati per una guerra, ancora una volta per il
controllo dell’energia: i mesi scorsi hanno visto –
e l’informazione internazionale ne ha dato ampia notizia –
la messa a punto degli accordi sulla gestione dello sfruttamento
delle risorse petrolifere tra imprese americane prima, e successivamente
imprese britanniche, con gli esponenti dell’opposizione irakena.
Gli atti di preparazione politica dello scenario militare hanno
accompagnato questi accordi. La restaurazione di una piena vita
democratica a Bagdad, con la cacciata di un dittatore spietato –
che tale era anche quando era guardato con simpatia, in chiave antiiraniana,
dagli americani -, costituisce dunque una motivazione fittizia,
al pari del possesso di armi di distruzione di massa: difficili
da denunciare, a fronte della ufficialità della proliferazione
nucleare coreana.
Che la questione energetica rappresenti da decenni un punto centrale
per l’instabilità delle relazioni internazionali è
a tutti ben noto: come potrebbe essere stabile una situazione in
cui 800 milioni di cittadini del mondo consumano altrettanta energia
che gli altri 5,5 miliardi di abitanti! Più difficile resta
comprendere perché, dopo la parabola nucleare, sia ancora
così lento e palesemente inadeguato rispetto all’obiettiva
urgenza il processo di sostituzione di fonti energetiche alternative
al petrolio. Tanto più che questa sostituzione è dichiarata
urgente, in modo del tutto indipendente e parallelo, dall’altra
dirompente instabilità, quella derivante dallo stravolgimento
dei cicli climatici, anch’essa legata alla massiccia utilizzazione
dei combustibili fossili e dovuta al rilascio insostenibile di anidride
carbonica in atmosfera.
Difficile comprendere perché, anche da parte di forze culturali
e politiche, più attente alle regole semplici e fondamentali
della convivenza internazionale, si colgano soltanto gli aspetti
morali e politici dell’uso diseguale delle risorse planetarie,
senza dedurre da questa consapevolezza anche l’urgenza dell’impegno
a cambiare la situazione, da una parte riducendo i consumi di spreco
e, dall’altra, sviluppando soluzioni alternative. Ed è
forse superfluo osservare che le due vie potrebbero avere efficacia
confrontabile tra loro.
Si potrebbe quasi dire che le ben note curve del Marchetti sulla
penetrazione delle innovazioni tecnologiche relative alle fonti
primarie di energia (lento decollo dell’adozione, successiva
crescita accelerata, raggiunta del massimo e riduzione a seguito
dell’affermarsi di una nuova tecnologia) siano leggi oggettive
ed immutabili, se questa affermazione non fosse felicemente negata,
almeno in una certa misura, in Germania, dalla forte crescita della
produzione di energia eolica.
Per l’energia eolica e per l’energia solare viene indicata,
come limite obiettivo al loro sviluppo, la impossibilità
di far coincidere il momento della domanda con il momento della
disponibilità e, perciò, la necessità dell’accumulo,
con gli oneri finanziari ed organizzativi da ciò implicati.
Alcuni studi, in particolare, hanno indicato il limite percentuale
di ricorso all’energia eolica accettabile – a causa
della sua disponibilità aleatoria - in una rete elettrica,
in condizioni di sicurezza di approvvigionamento. Ma proprio questo
problema conferisce all’idrogeno uno degli elementi di maggior
interesse, dal momento che esso può rappresentare uno dei
sistemi più significativi di accumulo, finalizzato poi, alla
produzione di energia elettrica e termica, con particolare attenzione
alla tecnologia delle celle a combustibile.
Produrre grandi quantità di energia elettrica (a costo
zero per la materia prima), utilizzarla per produrre idrogeno disponibile
poi, attraverso la necessaria riconversione, per la pluralità
delle utilizzazioni di energia elettrica, meccanica (in particolare
per i trasporti) o termica, implica certo problemi da risolvere
dal punto di vista degli spazi disponibili e del rendimento. Meno
significativi dal punto di vista del rendimento, se si tiene ben
presente la gratuità della fonte primaria, mentre, dal punto
di vista della disponibilità degli spazi, diversi sono, come
è noto, i problemi che pone l’energia eolica da quelli
relativi all’energia solare. Non è questa la sede per
affrontare questi problemi e tuttavia, appena si rifletta agli spazi
di territorio già occupati in Italia dagli oltre 400.000
km di strade extra urbane, dalle ferrovie, dalle installazioni industriali
e dei servizi (ospedali, mercati coperti, impianti sportivi, ecc.),
si comprende come l’installazione di dispositivi solari (fotovoltaici,
termici ad alta temperatura), non implichi necessariamente un grave
problema di occupazione aggiuntiva di territorio.
Questo è dunque l’obiettivo da porsi: produzione
pulita di idrogeno, collegata con lo sviluppo di fonti energetiche
rinnovabili. Questo collegamento ci sembra un elemento molto importante
e sinora sottovalutato nella possibile valutazione degli oneri e
dei costi: stoccaggio di energia e sviluppo di sistema - di energia
(solare, eolica, da biomasse), di produzione di idrogeno, di vettorializzazione
di questo – rappresentano la sinergia virtuosa che può
dare la spinta necessaria.
E tuttavia, per mettere in moto questo sistema, per “accelerare”
le curve del Marchetti, è determinante la volontà
di operare una scelta strategica in questa direzione. Parrebbe la
sede europea quella più appropriata, anche se non danno a
ben sperare in questa direzione la forte simpatia della Commissaria
De Palacio per il rilancio del nucleare e i deludenti contenuti
della Direttiva 77/2001 in materia di sostituzione di combustibili
fossili per la produzione di energia elettrica, che hanno mostrato
la difficoltà di costruire in quella sede una politica che
tenga insieme i paesi (Germania, Danimarca, Spagna) maggiormente
impegnati nello sviluppo delle energie rinnovabili con quelli più
lenti.
Per le imprese italiane, la realizzazione di sistemi integrati nel
senso sopra illustrato può rappresentare una opportunità
significativa: oltre che per la vicenda Fiat – come illustrato
nella relazione di apertura, per quanto attiene all’uso dell’idrogeno
per il trasporto – anche per industrie medie e piccole, ma
di avanzata capacità tecnologica, ben presenti nel panorama
italiano. Secondo questo schema, Fiat potrebbe essere capofila di
un sistema articolato di imprese, collegato in una rete di conoscenze
ed innovazioni tecnologiche rese disponibili. Si tratterebbe così
anche di uno schema innovativo per un paese in cui le imprese, per
la prevalente dimensione medio-piccola, non hanno consuetudine di
ricerca e, comunque, scarsa è la tradizione e la realtà
di un virtuoso collegamento tra centri di ricerca pubblica e privata
e sistema delle imprese.
Si tratterà ora di approfondire nei prossimi mesi le linee
di questa possibile strategia e, nel contempo, di far comprendere
al decisore politico, imprenditoriale e sindacale l’opportunità
di tali investimenti, se a ciò non avranno già pensato
rudi fatti esterni.
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