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“Credo che tutto Israele si stropicci gli occhi incredulo.
Questa sembra davvero la svolta che aspettavamo da tre anni. …
francamente non mi aspettavo tanto.” Così il Nobel
Yehoshua commenta in un intervista il summit di Aqaba, un primo
passo storico verso il superamento del conflitto israelo-palestinese.
Tre anni dopo che Yasser Arafat aveva rifiutato, nell’incontro
di Camp David promosso da Bill Clinton nel luglio del 2000, quel
piano che rappresenta ancora oggi la proposta più favorevole
che sia mai stata fatta per la costituzione dello stato palestinese
e per l’estensione territoriale ad esso riconosciuta.
Sappiamo tutti che il cammino della “road map” è
irto di tremende difficoltà. Una tra le altre: per gli estremisti
religiosi israeliani uno Sharon che, dopo aver inventato e usato
gli insediamenti dei coloni li rinnega in nome del riconoscimento
dello stato palestinese, è anche peggio di Rabin. Non resta
che sperare; e “pregare perché abbia buon esito”,
dice Yehoshua.
A noi constatare che oggi è Bush a forzare sulle parti e,
indipendentemente da quali siano le sue ragioni o tornaconti elettorali
- come la stampa di mezzo mondo ha già sottolineato - , è
difficile non ascrivere questo passaggio - ricordate il Bush “isolazionista”
, disinteressato alle vicende del MO di prima dell’11 settembre?
- alla strategia dell’“enduring freedom” e, molto
più puntualmente, alla guerra “preventiva” contro
l’Iraq e ad alcune delle sue conseguenze: la caduta di un
dittatore, feroce sterminatore di Curdi e di Irakeni, ma anche in
prima fila nell’invocare la distruzione di Israele; e, soprattutto,
il vero e proprio terremoto in tutto il MO, la cui portata e i cui
esiti è pressoché impossibile valutare.
Ed ecco qui alcuni ordini di riflessioni, alcune vecchie come
il cucco, ma che credo valga sempre la pena di riproporsi, su cui
confrontarsi.
Da una guerra, per di più illegittima e dichiarata preventivamente
per un obiettivo - la distruzione delle armi di massa di Saddam
-, la cui falsità appare sempre più essere stata ben
chiara fin dall’inizio agli stessi promotori del conflitto,
può nascere “un bene”?
Da parecchi di noi, tanto tempo fa, la risposta veniva data depurando
la domanda dai suoi connotati morali, teologici - la guerra “giusta”
- e provvidenziali (“Dio può trarre il bene anche dal
male”): tutto veniva ricondotto, mi si perdoni l’estremo
schematismo, alle modalità del conflitto di classe e a una
violentia secunda del proletariato - quella prima era intrinseca
ai rapporti capitalistici di produzione - che si incrociava con
gli interessi della superstruttura statuale o trovava alleati in
ampi e potenti movimenti di massa. E in quel contesto, sempre a
colpi di accetta, si inquadravano la prima guerra mondiale, come
esito quasi necessario dello scontro tra i diversi imperialismi
(e merito storico di Lenin e dei bolscevichi era stato proclamare:
“pace e terra ai contadini”); la Resistenza italiana
ed europea al nazi-fascismo, la lotta di liberazione del Vietnam
e così via. E uno schema del genere rimaneva vero anche per
chi, col ’68, criticava duramente il concetto di stato guida
e le realizzazioni di quello che per un paio di generazioni era
stato proposto, e da molti accettato, come il “paradiso sovietico”.
Questo modo di vedere, certo molto più articolato e ricco
di come l’abbia adesso maltrattato, per non parlare delle
numerose sintesi, tentate e fruite, col pensiero cristiano e con
l’ideologia non violenta, è stato superato, e ben prima
che la caduta del muro di Berlino segnasse la fine del “secolo
breve”, da coloro che hanno costruito l’ecologismo.
Ovviamente, una visione del mondo che tenta la sfida di un rapporto
più armonioso, almeno sostenibile, tra l’incessante
attività dell’uomo e i grandi cicli della Natura; che
ha fatto di Gaia una metafora, se non un progetto, non può
che proclamare e aderire, senza se e senza ma, a un ripudio della
guerra come strumento di soluzione dei conflitti tra gli uomini.
Si Hitler amava gli animali e le tante altre banalità, ma
non si è evidenziata nessuna significativa esperienza che
falsificasse quella proporzione che con Alex Langer usammo molto
agli albori della costruzione dei Verdi: “Il movimento ecologista
sta al movimento operaio come il Vecchio Testamento sta al Nuovo
Testamento”. E, in questo rapporto di continuità/rottura,
anche il pacifismo è stato in varie forme e in varie proposte
rielaborato, in generale liberandolo dall’ipoteca pro-sovietica
e solo in parte, a me sembra, da quella anti-americana, che hanno
caratterizzato migliaia di manifestazioni dal dopoguerra a oggi.
Un pacifismo, quello che abbiamo cercato di rappresentare, che
non si riduca a pur nobile ma inefficace testimonianza di valori;
che vuole affrontare il problema dei rapporti di forza tra Stati
nel contesto della competizione economica, dei rapporti ineguali,
di spoliazione delle risorse del Nord a danno del Sud del mondo,
la cui altra faccia sono i cambiamenti climatici; in una parola,
nel contesto di quella globalizzazione che abbiamo presagito e preannunciato
assai prima del Millennium Round di Seattle. Per questo credo che,
oggi e da tempo, si sia qui dentro concordi con la filosofia dell’
“ingerenza umanitaria”, che pure, non troppi anni fa,
fece trovare alcuni di noi in contrasto con Alex che la propugnava.
E questa possibile, talvolta doverosa, ingerenza postula operazioni
di polizia internazionale legittimate dall’Onu.
E qui, anche per risvegliare la vostra attenzione, una precisazione
molto netta: non credo che possiamo essere disposti a ridurre la
questione nei termini: “Ingerenza umanitaria e operazioni
di polizia sotto l’egida dell’Onu sono le guerre che
voi approvate”. E’ una frase ad effetto, ma fuorviante
come tutte le battute che non affrontano i problemi. La carta delle
Nazioni Unite, le procedure e le risoluzioni che in riferimento
ad essa vengono adottate, le conseguenti regole di ingaggio del
personale militare e civile coinvolto esplicitano con grande chiarezza
l’abissale differenza, che si vorrebbe annullare, tra guerra
e operazioni di polizia internazionale.
Se nel ’50 i militari americani intervenivano in Corea, per
una guerra di quattro anni, sotto i caschi blu dell’Onu, oggi
questo sarebbe impensabile: la Nazioni Unite sono impegnate, anche
con il contributo italiano, in operazioni di peace keeping o di
interposizione, mentre la guerra del Golfo nel ‘91, la guerra
ieri contro l’Iraq e, pur nell’enorme differenza di
motivazioni, la guerra per fermare il genocidio nel Kosovo non possono
essere certo considerate operazioni di polizia, a parte il fatto
che non c’era l’egida dell’Onu.
E qui altri punti di riflessione. Ovviamente, sul ruolo dell’Onu
in rapporto alla situazione presente, all’egemonismo attuato
dagli Usa, alla spaccatura con l’Europa e nell’Europa;
ma voglio far precedere a questi un punto che è, come dire,
nell’aria da quando ho posto il vecchio interrogativo sugli
esiti positivi che una guerra può avere, come sembra non
arbitrario attribuire, ad esempio, al pacifista Yehoshua nell’intervista
già ricordata. Voglio insomma riferirmi a quella giustificazione
che, senza porla alla Ferrara (Giuliano, non Ciro) suona così:
“ Ma dopo l’intervento la situazione è migliorata
o peggiorata?” Spiego perché, avendo la domanda senso,
anzi essendo in qualche modo obbligata per chi si pone questioni
di responsabilità politica, non mi pare che possa essere
accettata come dirimente fondamentale, tanto meno unica. Dal punto
di vista logico, la risposta alla domanda comporta delle valutazioni
che possono essere fatte soltanto in termini probabilistici, anche
nei casi più semplici: la mia affermazione in senso positivo
necessiterà infatti di una stima, che ovviamente non potrà
mai corrispondere alla certezza. E poiché il risultato positivo
ottenuto, essendo stato conseguito con una guerra, ha comportato
delle vittime, entriamo nel terreno scivoloso, e impraticabile,
del tentare una sorta di quantificazione di vite umane in termini
degli obiettivi raggiunti: quanta sete, quanta fame, quanta contaminazione
e quanti morti vale la libertà di espressione? e quella di
stampa? e la liberazione da un tiranno?
Del resto la giustificazione di una guerra in conseguenza dei suoi
esiti è proprio la storia scritta dai vincitori: i vinti
potranno sperare solo nel Tacito di turno, che fa dire al capo dei
Britanni (Calgano o Galgano?) sconfitti dalle legioni romane la
famosa frase: “hanno fatto un deserto e l’hanno chiamato
pace”.
Ma allora i morti in una operazione di polizia internazionale sotto
l’egida dell’Onu? Non cambia molto, ma c’è
una differenza che non ci possiamo permettere di sottovalutare.
Quella di una responsabilità politica condivisa, basata su
una valutazione comune, che non è di per sé garanzia
di giustizia o verità, ma, inoppugnabilmente, davanti a tutti
i cittadini del Pianeta, viene spogliata degli aspetti odiosi dell’unilateralismo.
E con questo afferma un rispetto dei principi generali assunti alla
base della convivenza nel Pianeta e un metodo, che possono avere
meritori effetti sia di deterrenza che di emancipazione.
E con questo siamo rimandati agli altri problemi, dal ruolo della
Nazioni Unite a quello dell’UE, oltre tutto nella fase costituente,
in rapporto alla nuova strategia dell’amministrazione Usa,
che, più che rivendicare, pratica un nuovo ordine mondiale
del quale gli Usa sono la pietra angolare.
Tutti i commentatori postulano come necessaria una ripresa forte
del rapporto tra gli Usa e la UE, anche se non sfugge a nessuno
che l’amministrazione Usa non ha certo versato lacrime per
gli strappi interni alla “vecchia” Europa, come l’ha
definita la “colomba” Powell, mentre Condy Rice ci ha
tenuto anche di recente a far sapere quali atteggiamenti differenziati
tenere nei confronti di Francia e Germania, in termini che nel ‘700
avrebbero iniziato un’altra guerra dei sette anni. Come non
sfugge a nessuno che nel medio termine il competitore più
aspro degli Usa sul mercato mondiale è proprio l’Europa,
per di più dei “25”, che già oggi ha un
Pil quasi doppio di quello degli Usa e, anche tenendo conto dell’Italia,
ha un disavanzo inferiore. Di più, da oltre un decennio l’importanza
dell’Asia sta erodendo in America l’interesse nei confronti
del vecchio continente; credo, ad esempio, ma non ho fatto in tempo
a documentarmi, che il numero di ricercatori cinesi, indiani e vietnamiti
nei laboratori universitari e delle industrie superi quello dei
wasp e degli europei. Insomma, se nei prossimi anni esistesse un’
Europa con politiche estera e della difesa comuni e determinate,
non sarebbe certo facile pensare al raggiungimento di un equilibrio
tra due colossali competitori. Ma anche se, come purtroppo sembra,
l’Europa resterà ancora per parecchio un nano politico,
con una propensione decisamente inferiore a quella degli Usa a sacrificare
i suoi figli e i suoi quattrini, tanto più mi pare si debba
cercare di rivalorizzare l’Onu. Debole e impotente di fronte
alle grandi crisi, non è più, in ogni caso, ed è
bene ribadirlo, quello degli anni 50: ed è l’unico
che abbiamo. Il tentativo di una riforma del Consiglio di sicurezza,
ragionevole e sostenibile, ebbe per protagonista, non molti anni
fa, proprio la diplomazia italiana; e la proposta fu sconfitta di
misura, anche per il prevalere del conservatorismo, “pro domo
sua”, di alcuni grandi Paesi europei.
Anche se molto difficile non è però impensabile una
linea comune dell’Europa sulla riforma dell’Onu; nel
medio termine è peraltro l’unico strumento a disposizione
per contenere, almeno in parte, l’egemonismo Usa, e avrebbe
un tutt’altro che trascurabile potere attrattivo nei confronti
di molti altri Paesi.
La riforma dell’ Onu deve però, a me sembra improcrastinabile,
saper rispondere al tema dell’ “esportazione della democrazia”.
Poche settimane fa Bush lo proponeva, paradossalmente, quasi in
termini di un nuovo fondamentalismo, di una nuova missione alla
base del nuovo ordinamento mondiale, dando in qualche modo ragione
all’intuizione di Emanuele Severino, filosofo da noi tutti
praticato, che in una delle tante trasmissioni sulla guerra proponeva
la consonanza sostanziale tra Islam e Cristianesimo, la comune volontà
di evitare lo “scontro di civiltà”, come un connotato
del nostro passato a fronte, appunto, del nuovo.
Ora, poiché parecchi di noi hanno, in un passato ormai remoto,
vagheggiato l’ “esportazione della rivoluzione”,
oggi ridotta al volto di Che Guevara sulle t-shirt, siamo ormai
sufficientemente vaccinati dal voler esportare alcunché;
e vigili nel rilevare che una democrazia imposta sulla punta dei
laser dell’artiglieria è una contraddizione in termini.
Ma come, non si dovrebbe imporre da sola, disposta allo storico
rischio di dare spazio, come la repubblica di Weimar, a una dittatura?
Ciononostante, pensiamo che i diritti dell’individuo, della
persona umana, come anche di recente affermati nella bozza di Costituzione
europea, debbano essere diritti di tutti i cittadini del pianeta.
Lo potranno diventare? Questa domanda ci pone già nel superamento
di quel relativismo culturale che per decenni buona parte della
sinistra ha praticato, magari contro l’universalismo cattolico,
fino a risvegliarsi quando ha capito che “etnico” può
voler dire anche infibulazione.
Perché lo possano diventare credo che si debbano affrontare
contestualmente, e non con la micidiale politica dei “due
tempi”, quei temi della ripartizione iniqua delle risorse
- dall’acqua, all’alimentazione, all’energia -,
della cancellazione del debito, del 7 per mille, la pretermissione
dei quali è il brodo di cultura dei “cento Bin Laden”
profetizzati da Mubarak.
Perché lo possano diventare credo sia obbligatorio guardare
alle diversità delle culture dell’Islam, consapevoli
da un lato che il fenomeno del terrorismo islamico su scala di massa
è assai recente e che, dall’altro, la pretesa di reciprocità
immediata non può essere una condizione vincolante per instaurare
rapporti. Ma perché lo possano diventare tramite un Onu più
credibile dell’odierna assemblea di Stati aderenti, bisognerà
pure, nella riforma, trovare quegli strumenti, quegli istituti,
quegli osservatorii che consentano di graduare la piena cittadinanza
nelle Nazioni Unite al livello di adesione e di pratica dei principi
della carta fondante!
Ecco un terreno su cui lavorare; e spero che anche da seminari come
questo possa scaturire la spinta ad elaborazioni e proposte, cui
non deve fare schermo l’esiguità della nostra forza,
ma da amplificazione la certezza che anche qualche buona idea, non
solo le cattive, può trovare strada per diffondersi e affermarsi.
Come modesto esempio penso, per quanto concerne alcuni drammatici
aspetti legati all’ambiente e all’energia, alle conclusioni
del documento di Legambiente, stilato nel luglio del 2002 per Johannesburg,
dove Gianni Mattioli, Gianfranco Tamburelli, Paolo degli Espinosa
ed io, proponemmo alcune sottolineature, l’istituzione di
organismi e di procedure, l’assegnazione di alcuni compiti
per l’Onu, anche nel rapporto con gli ONG, che hanno una ragionevole
praticabilità e hanno avuto una qualche eco.
Vorrei concludere con qualche spunto che cerca di rispondere ad
un appello che Pietro Scoppola lanciava, in un incontro per il nuovo
Ulivo, a non disperdere i valori del pacifismo espressi anche nelle
impressionanti mobilitazioni in tutto il mondo e a coniugarli con
il superamento dell’anti-americanismo.
Per restare nel nostro Paese ho vissuto con vero imbarazzo quel
pronunciamento di vari esponenti della sinistra che, a un certo
punto, si sono pubblicamente augurati il prolungamento del conflitto
in Iraq. A parte la contraddizione di coloro che così si
dissociavano clamorosamente dal Papa, assunto fino allora come uno
dei baluardi del movimento, non ho sentito nessuna spiegazione che,
lungi dal convincermi, attenuasse la lettura più immediata
e brutale di quella posizione: “Muoiano decine di migliaia
di iracheni in una resistenza disperata, ma così sarà
chiara a tutti l’iniquità dell’America!”
Poiché questa iniquità - l’assenza di legittimazione,
la falsità del pretesto, la sproporzione delle forze in campo,
la corposità dei malcelati interessi politici ed economici
- era già sufficientemente chiara prima addirittura che iniziasse
il conflitto, questa petizione mi sembrava ridursi a una pura espressione
di odio anti-americano, come peraltro nelle consuete esasperate
discussioni vari amici finivano per dichiarare, quasi con un senso
di liberazione.
Permettetemi di rilevare questo solo aspetto. Oltre a fare i conti
con i tanti Islam, credo che dobbiamo cercare di capire di più
la nostra peculiare posizione di italiani, in generale dotati più
di sanguigni municipalismi che di un’identità nazionale,
francamente difficile da collocare nei miti del nostro Risorgimento.
Italiani, per di più di sinistra; e quindi disponibili al
concetto di masse, di movimento operaio, di priorità sociale,
politica e, perché no, religiosa in uno schema transnazionale
e, sia pur in diverse forme, universalistico e sospettosi invece,
quando non sprezzanti, di ogni identità fortemente incentrata
sull’idea di nazione. Basta guardare alla storia degli inglesi,
dei francesi e degli americani per capire che per loro non è
così; e tenere conto del fatto che il concetto di ethnos
si è rivelato, nel “secolo breve”, decisamente
più forte di quello di classe. Ci può dispiacere,
ma dobbiamo cercare di capire quelli che insieme a noi sono odiati
come opulenti occidentali, tanto quanto ci dobbiamo sforzare di
capire quelli che hanno buoni motivi per odiarci.
E, sempre a proposito di anti-americanismo, quante volte la polemica
mirava al poter concludere: “L’America fa una guerra
preventiva, illegale, di stampo imperiale e, quindi, è antidemocratica”.
A parte il vagheggiamento di “un’altra America”,
quella che scendeva in piazza nelle grandi mobilitazioni ma che
allo scoccar della guerra, Clinton in testa, si è raccolta
attorno a Bush, quando mai democrazia vuole dire più di quello
che attiene all’ordinamento interno per pervenire alle decisioni?
La Repubblica di Roma, che è stata indubitabilmente una grande
democrazia dell’antichità, non è pervenuta all’Impero
attraverso una politica egemonica di espansione? E le democrazie
moderne non sono state fino a pochi decenni fa titolari di imperi
coloniali?
Forse si deve prendere sul serio quella considerazione che la democrazia
è solo il sistema meno peggiore; quello che oggi però
consente sia negli Usa che in Gran Bretagna un duro scontro, riportato
ai cittadini dall’informazione, sui falsi dei due governi
a proposito delle armi di distruzione di massa di Saddam. |