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Le conseguenze della Guerra
Introduzione di Massimo Scalia

Indice
Interventi
Massimo Scalia
Introduzione
Gianni Mattioli
(formato pdf)
Luigi Manconi
Eligio Resta
“Credo che tutto Israele si stropicci gli occhi incredulo. Questa sembra davvero la svolta che aspettavamo da tre anni. … francamente non mi aspettavo tanto.” Così il Nobel Yehoshua commenta in un intervista il summit di Aqaba, un primo passo storico verso il superamento del conflitto israelo-palestinese. Tre anni dopo che Yasser Arafat aveva rifiutato, nell’incontro di Camp David promosso da Bill Clinton nel luglio del 2000, quel piano che rappresenta ancora oggi la proposta più favorevole che sia mai stata fatta per la costituzione dello stato palestinese e per l’estensione territoriale ad esso riconosciuta.

Sappiamo tutti che il cammino della “road map” è irto di tremende difficoltà. Una tra le altre: per gli estremisti religiosi israeliani uno Sharon che, dopo aver inventato e usato gli insediamenti dei coloni li rinnega in nome del riconoscimento dello stato palestinese, è anche peggio di Rabin. Non resta che sperare; e “pregare perché abbia buon esito”, dice Yehoshua.
A noi constatare che oggi è Bush a forzare sulle parti e, indipendentemente da quali siano le sue ragioni o tornaconti elettorali - come la stampa di mezzo mondo ha già sottolineato - , è difficile non ascrivere questo passaggio - ricordate il Bush “isolazionista” , disinteressato alle vicende del MO di prima dell’11 settembre? - alla strategia dell’“enduring freedom” e, molto più puntualmente, alla guerra “preventiva” contro l’Iraq e ad alcune delle sue conseguenze: la caduta di un dittatore, feroce sterminatore di Curdi e di Irakeni, ma anche in prima fila nell’invocare la distruzione di Israele; e, soprattutto, il vero e proprio terremoto in tutto il MO, la cui portata e i cui esiti è pressoché impossibile valutare.

Ed ecco qui alcuni ordini di riflessioni, alcune vecchie come il cucco, ma che credo valga sempre la pena di riproporsi, su cui confrontarsi.
Da una guerra, per di più illegittima e dichiarata preventivamente per un obiettivo - la distruzione delle armi di massa di Saddam -, la cui falsità appare sempre più essere stata ben chiara fin dall’inizio agli stessi promotori del conflitto, può nascere “un bene”?
Da parecchi di noi, tanto tempo fa, la risposta veniva data depurando la domanda dai suoi connotati morali, teologici - la guerra “giusta” - e provvidenziali (“Dio può trarre il bene anche dal male”): tutto veniva ricondotto, mi si perdoni l’estremo schematismo, alle modalità del conflitto di classe e a una violentia secunda del proletariato - quella prima era intrinseca ai rapporti capitalistici di produzione - che si incrociava con gli interessi della superstruttura statuale o trovava alleati in ampi e potenti movimenti di massa. E in quel contesto, sempre a colpi di accetta, si inquadravano la prima guerra mondiale, come esito quasi necessario dello scontro tra i diversi imperialismi (e merito storico di Lenin e dei bolscevichi era stato proclamare: “pace e terra ai contadini”); la Resistenza italiana ed europea al nazi-fascismo, la lotta di liberazione del Vietnam e così via. E uno schema del genere rimaneva vero anche per chi, col ’68, criticava duramente il concetto di stato guida e le realizzazioni di quello che per un paio di generazioni era stato proposto, e da molti accettato, come il “paradiso sovietico”.
Questo modo di vedere, certo molto più articolato e ricco di come l’abbia adesso maltrattato, per non parlare delle numerose sintesi, tentate e fruite, col pensiero cristiano e con l’ideologia non violenta, è stato superato, e ben prima che la caduta del muro di Berlino segnasse la fine del “secolo breve”, da coloro che hanno costruito l’ecologismo. Ovviamente, una visione del mondo che tenta la sfida di un rapporto più armonioso, almeno sostenibile, tra l’incessante attività dell’uomo e i grandi cicli della Natura; che ha fatto di Gaia una metafora, se non un progetto, non può che proclamare e aderire, senza se e senza ma, a un ripudio della guerra come strumento di soluzione dei conflitti tra gli uomini.
Si Hitler amava gli animali e le tante altre banalità, ma non si è evidenziata nessuna significativa esperienza che falsificasse quella proporzione che con Alex Langer usammo molto agli albori della costruzione dei Verdi: “Il movimento ecologista sta al movimento operaio come il Vecchio Testamento sta al Nuovo Testamento”. E, in questo rapporto di continuità/rottura, anche il pacifismo è stato in varie forme e in varie proposte rielaborato, in generale liberandolo dall’ipoteca pro-sovietica e solo in parte, a me sembra, da quella anti-americana, che hanno caratterizzato migliaia di manifestazioni dal dopoguerra a oggi.

Un pacifismo, quello che abbiamo cercato di rappresentare, che non si riduca a pur nobile ma inefficace testimonianza di valori; che vuole affrontare il problema dei rapporti di forza tra Stati nel contesto della competizione economica, dei rapporti ineguali, di spoliazione delle risorse del Nord a danno del Sud del mondo, la cui altra faccia sono i cambiamenti climatici; in una parola, nel contesto di quella globalizzazione che abbiamo presagito e preannunciato assai prima del Millennium Round di Seattle. Per questo credo che, oggi e da tempo, si sia qui dentro concordi con la filosofia dell’ “ingerenza umanitaria”, che pure, non troppi anni fa, fece trovare alcuni di noi in contrasto con Alex che la propugnava. E questa possibile, talvolta doverosa, ingerenza postula operazioni di polizia internazionale legittimate dall’Onu.

E qui, anche per risvegliare la vostra attenzione, una precisazione molto netta: non credo che possiamo essere disposti a ridurre la questione nei termini: “Ingerenza umanitaria e operazioni di polizia sotto l’egida dell’Onu sono le guerre che voi approvate”. E’ una frase ad effetto, ma fuorviante come tutte le battute che non affrontano i problemi. La carta delle Nazioni Unite, le procedure e le risoluzioni che in riferimento ad essa vengono adottate, le conseguenti regole di ingaggio del personale militare e civile coinvolto esplicitano con grande chiarezza l’abissale differenza, che si vorrebbe annullare, tra guerra e operazioni di polizia internazionale.
Se nel ’50 i militari americani intervenivano in Corea, per una guerra di quattro anni, sotto i caschi blu dell’Onu, oggi questo sarebbe impensabile: la Nazioni Unite sono impegnate, anche con il contributo italiano, in operazioni di peace keeping o di interposizione, mentre la guerra del Golfo nel ‘91, la guerra ieri contro l’Iraq e, pur nell’enorme differenza di motivazioni, la guerra per fermare il genocidio nel Kosovo non possono essere certo considerate operazioni di polizia, a parte il fatto che non c’era l’egida dell’Onu.

E qui altri punti di riflessione. Ovviamente, sul ruolo dell’Onu in rapporto alla situazione presente, all’egemonismo attuato dagli Usa, alla spaccatura con l’Europa e nell’Europa; ma voglio far precedere a questi un punto che è, come dire, nell’aria da quando ho posto il vecchio interrogativo sugli esiti positivi che una guerra può avere, come sembra non arbitrario attribuire, ad esempio, al pacifista Yehoshua nell’intervista già ricordata. Voglio insomma riferirmi a quella giustificazione che, senza porla alla Ferrara (Giuliano, non Ciro) suona così: “ Ma dopo l’intervento la situazione è migliorata o peggiorata?” Spiego perché, avendo la domanda senso, anzi essendo in qualche modo obbligata per chi si pone questioni di responsabilità politica, non mi pare che possa essere accettata come dirimente fondamentale, tanto meno unica. Dal punto di vista logico, la risposta alla domanda comporta delle valutazioni che possono essere fatte soltanto in termini probabilistici, anche nei casi più semplici: la mia affermazione in senso positivo necessiterà infatti di una stima, che ovviamente non potrà mai corrispondere alla certezza. E poiché il risultato positivo ottenuto, essendo stato conseguito con una guerra, ha comportato delle vittime, entriamo nel terreno scivoloso, e impraticabile, del tentare una sorta di quantificazione di vite umane in termini degli obiettivi raggiunti: quanta sete, quanta fame, quanta contaminazione e quanti morti vale la libertà di espressione? e quella di stampa? e la liberazione da un tiranno?
Del resto la giustificazione di una guerra in conseguenza dei suoi esiti è proprio la storia scritta dai vincitori: i vinti potranno sperare solo nel Tacito di turno, che fa dire al capo dei Britanni (Calgano o Galgano?) sconfitti dalle legioni romane la famosa frase: “hanno fatto un deserto e l’hanno chiamato pace”.
Ma allora i morti in una operazione di polizia internazionale sotto l’egida dell’Onu? Non cambia molto, ma c’è una differenza che non ci possiamo permettere di sottovalutare. Quella di una responsabilità politica condivisa, basata su una valutazione comune, che non è di per sé garanzia di giustizia o verità, ma, inoppugnabilmente, davanti a tutti i cittadini del Pianeta, viene spogliata degli aspetti odiosi dell’unilateralismo. E con questo afferma un rispetto dei principi generali assunti alla base della convivenza nel Pianeta e un metodo, che possono avere meritori effetti sia di deterrenza che di emancipazione.

E con questo siamo rimandati agli altri problemi, dal ruolo della Nazioni Unite a quello dell’UE, oltre tutto nella fase costituente, in rapporto alla nuova strategia dell’amministrazione Usa, che, più che rivendicare, pratica un nuovo ordine mondiale del quale gli Usa sono la pietra angolare.
Tutti i commentatori postulano come necessaria una ripresa forte del rapporto tra gli Usa e la UE, anche se non sfugge a nessuno che l’amministrazione Usa non ha certo versato lacrime per gli strappi interni alla “vecchia” Europa, come l’ha definita la “colomba” Powell, mentre Condy Rice ci ha tenuto anche di recente a far sapere quali atteggiamenti differenziati tenere nei confronti di Francia e Germania, in termini che nel ‘700 avrebbero iniziato un’altra guerra dei sette anni. Come non sfugge a nessuno che nel medio termine il competitore più aspro degli Usa sul mercato mondiale è proprio l’Europa, per di più dei “25”, che già oggi ha un Pil quasi doppio di quello degli Usa e, anche tenendo conto dell’Italia, ha un disavanzo inferiore. Di più, da oltre un decennio l’importanza dell’Asia sta erodendo in America l’interesse nei confronti del vecchio continente; credo, ad esempio, ma non ho fatto in tempo a documentarmi, che il numero di ricercatori cinesi, indiani e vietnamiti nei laboratori universitari e delle industrie superi quello dei wasp e degli europei. Insomma, se nei prossimi anni esistesse un’ Europa con politiche estera e della difesa comuni e determinate, non sarebbe certo facile pensare al raggiungimento di un equilibrio tra due colossali competitori. Ma anche se, come purtroppo sembra, l’Europa resterà ancora per parecchio un nano politico, con una propensione decisamente inferiore a quella degli Usa a sacrificare i suoi figli e i suoi quattrini, tanto più mi pare si debba cercare di rivalorizzare l’Onu. Debole e impotente di fronte alle grandi crisi, non è più, in ogni caso, ed è bene ribadirlo, quello degli anni 50: ed è l’unico che abbiamo. Il tentativo di una riforma del Consiglio di sicurezza, ragionevole e sostenibile, ebbe per protagonista, non molti anni fa, proprio la diplomazia italiana; e la proposta fu sconfitta di misura, anche per il prevalere del conservatorismo, “pro domo sua”, di alcuni grandi Paesi europei.

Anche se molto difficile non è però impensabile una linea comune dell’Europa sulla riforma dell’Onu; nel medio termine è peraltro l’unico strumento a disposizione per contenere, almeno in parte, l’egemonismo Usa, e avrebbe un tutt’altro che trascurabile potere attrattivo nei confronti di molti altri Paesi.
La riforma dell’ Onu deve però, a me sembra improcrastinabile, saper rispondere al tema dell’ “esportazione della democrazia”. Poche settimane fa Bush lo proponeva, paradossalmente, quasi in termini di un nuovo fondamentalismo, di una nuova missione alla base del nuovo ordinamento mondiale, dando in qualche modo ragione all’intuizione di Emanuele Severino, filosofo da noi tutti praticato, che in una delle tante trasmissioni sulla guerra proponeva la consonanza sostanziale tra Islam e Cristianesimo, la comune volontà di evitare lo “scontro di civiltà”, come un connotato del nostro passato a fronte, appunto, del nuovo.
Ora, poiché parecchi di noi hanno, in un passato ormai remoto, vagheggiato l’ “esportazione della rivoluzione”, oggi ridotta al volto di Che Guevara sulle t-shirt, siamo ormai sufficientemente vaccinati dal voler esportare alcunché; e vigili nel rilevare che una democrazia imposta sulla punta dei laser dell’artiglieria è una contraddizione in termini. Ma come, non si dovrebbe imporre da sola, disposta allo storico rischio di dare spazio, come la repubblica di Weimar, a una dittatura?
Ciononostante, pensiamo che i diritti dell’individuo, della persona umana, come anche di recente affermati nella bozza di Costituzione europea, debbano essere diritti di tutti i cittadini del pianeta.
Lo potranno diventare? Questa domanda ci pone già nel superamento di quel relativismo culturale che per decenni buona parte della sinistra ha praticato, magari contro l’universalismo cattolico, fino a risvegliarsi quando ha capito che “etnico” può voler dire anche infibulazione.
Perché lo possano diventare credo che si debbano affrontare contestualmente, e non con la micidiale politica dei “due tempi”, quei temi della ripartizione iniqua delle risorse - dall’acqua, all’alimentazione, all’energia -, della cancellazione del debito, del 7 per mille, la pretermissione dei quali è il brodo di cultura dei “cento Bin Laden” profetizzati da Mubarak.
Perché lo possano diventare credo sia obbligatorio guardare alle diversità delle culture dell’Islam, consapevoli da un lato che il fenomeno del terrorismo islamico su scala di massa è assai recente e che, dall’altro, la pretesa di reciprocità immediata non può essere una condizione vincolante per instaurare rapporti. Ma perché lo possano diventare tramite un Onu più credibile dell’odierna assemblea di Stati aderenti, bisognerà pure, nella riforma, trovare quegli strumenti, quegli istituti, quegli osservatorii che consentano di graduare la piena cittadinanza nelle Nazioni Unite al livello di adesione e di pratica dei principi della carta fondante!
Ecco un terreno su cui lavorare; e spero che anche da seminari come questo possa scaturire la spinta ad elaborazioni e proposte, cui non deve fare schermo l’esiguità della nostra forza, ma da amplificazione la certezza che anche qualche buona idea, non solo le cattive, può trovare strada per diffondersi e affermarsi.
Come modesto esempio penso, per quanto concerne alcuni drammatici aspetti legati all’ambiente e all’energia, alle conclusioni del documento di Legambiente, stilato nel luglio del 2002 per Johannesburg, dove Gianni Mattioli, Gianfranco Tamburelli, Paolo degli Espinosa ed io, proponemmo alcune sottolineature, l’istituzione di organismi e di procedure, l’assegnazione di alcuni compiti per l’Onu, anche nel rapporto con gli ONG, che hanno una ragionevole praticabilità e hanno avuto una qualche eco.

Vorrei concludere con qualche spunto che cerca di rispondere ad un appello che Pietro Scoppola lanciava, in un incontro per il nuovo Ulivo, a non disperdere i valori del pacifismo espressi anche nelle impressionanti mobilitazioni in tutto il mondo e a coniugarli con il superamento dell’anti-americanismo.
Per restare nel nostro Paese ho vissuto con vero imbarazzo quel pronunciamento di vari esponenti della sinistra che, a un certo punto, si sono pubblicamente augurati il prolungamento del conflitto in Iraq. A parte la contraddizione di coloro che così si dissociavano clamorosamente dal Papa, assunto fino allora come uno dei baluardi del movimento, non ho sentito nessuna spiegazione che, lungi dal convincermi, attenuasse la lettura più immediata e brutale di quella posizione: “Muoiano decine di migliaia di iracheni in una resistenza disperata, ma così sarà chiara a tutti l’iniquità dell’America!” Poiché questa iniquità - l’assenza di legittimazione, la falsità del pretesto, la sproporzione delle forze in campo, la corposità dei malcelati interessi politici ed economici - era già sufficientemente chiara prima addirittura che iniziasse il conflitto, questa petizione mi sembrava ridursi a una pura espressione di odio anti-americano, come peraltro nelle consuete esasperate discussioni vari amici finivano per dichiarare, quasi con un senso di liberazione.
Permettetemi di rilevare questo solo aspetto. Oltre a fare i conti con i tanti Islam, credo che dobbiamo cercare di capire di più la nostra peculiare posizione di italiani, in generale dotati più di sanguigni municipalismi che di un’identità nazionale, francamente difficile da collocare nei miti del nostro Risorgimento. Italiani, per di più di sinistra; e quindi disponibili al concetto di masse, di movimento operaio, di priorità sociale, politica e, perché no, religiosa in uno schema transnazionale e, sia pur in diverse forme, universalistico e sospettosi invece, quando non sprezzanti, di ogni identità fortemente incentrata sull’idea di nazione. Basta guardare alla storia degli inglesi, dei francesi e degli americani per capire che per loro non è così; e tenere conto del fatto che il concetto di ethnos si è rivelato, nel “secolo breve”, decisamente più forte di quello di classe. Ci può dispiacere, ma dobbiamo cercare di capire quelli che insieme a noi sono odiati come opulenti occidentali, tanto quanto ci dobbiamo sforzare di capire quelli che hanno buoni motivi per odiarci.
E, sempre a proposito di anti-americanismo, quante volte la polemica mirava al poter concludere: “L’America fa una guerra preventiva, illegale, di stampo imperiale e, quindi, è antidemocratica”. A parte il vagheggiamento di “un’altra America”, quella che scendeva in piazza nelle grandi mobilitazioni ma che allo scoccar della guerra, Clinton in testa, si è raccolta attorno a Bush, quando mai democrazia vuole dire più di quello che attiene all’ordinamento interno per pervenire alle decisioni? La Repubblica di Roma, che è stata indubitabilmente una grande democrazia dell’antichità, non è pervenuta all’Impero attraverso una politica egemonica di espansione? E le democrazie moderne non sono state fino a pochi decenni fa titolari di imperi coloniali?
Forse si deve prendere sul serio quella considerazione che la democrazia è solo il sistema meno peggiore; quello che oggi però consente sia negli Usa che in Gran Bretagna un duro scontro, riportato ai cittadini dall’informazione, sui falsi dei due governi a proposito delle armi di distruzione di massa di Saddam.

 

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