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Le conseguenze della Guerra
Diritto e guerra: intervento di Eligio Resta

Indice
Interventi
Massimo Scalia
Introduzione
Gianni Mattioli
(formato pdf)
Luigi Manconi
Eligio Resta

L’antitesi è nota, ma i suoi contesti sono inediti; il rapporto tra guerra e diritto, che è alla base del pensiero politico classico, torna oggi forte in una dimensione “ecologica” cogente.

Quello che questa guerra ha interrotto e rischia di mettere in crisi, se non si delegittima ab imis questa “vecchia storia”, è un lento ma deciso movimento verso la “giuridificazione” delle relazioni relazioni internazionali. Con questo alludo al processo difficile, ma concreto, di costruzione dello spazio internazionale come spazio giuridico-politico. Il suo contrario è quello che c’è, che da sempre conosciamo e che vediamo riproposto nel conflitto recente: uno stato di natura dove gli Stati sono niente altro che “lupi artificiali” in cui il mezzo di comunicazione, all’interno e tra di essi, è la violenza. L’antitesi, dunque suona come violenza contro comunità regolata dal diritto.

Quello che si interrompe, dicevamo è il tentativo, certo faticoso, ma deciso, verso la giuridificazione: verso cioè la costruzione di un diritto “penale”, prima di un tribunale permanente contro i crimini di guerra e contro l’umanità, che sia capace di essere alternativa alla guerra. Chiamo da un po’ di tempo questo processo “un insieme di cantieri kelseniani in corso”: kelseniani perché fanno parte di un’idea della decomposizione delle sovranità statali e di costruzione di un “pacifismo giuridico” che Kelsen assegnava alla cultura della civitas maxima.

Chi interrompe questo processo è figlio della vecchia storia di violenze e di egoismi appropriativi: nell’antitesi tra guerra e diritto vi è la sconfitta del diritto e la riproposizione della politica come il noto gioco di amico-nemico.

Non vi sono giustificazioni contingenti che tengano: non vale l’idea della guerra giusta. L’argomento della violazione dei diritti umani da interrompere è ambiguo: non si possono infatti violare i diritti umani in nome dei diritti umani. Altro discorso è quello della democrazia da far valere contro regimi totalitari. Questo ripropone la questione dell’ingerenza come questione non di singoli Stati, ma della comunità internazionale nella sua interezza e come insieme di “pratiche politiche” che si devono differenziare dalla guerra.

Emergono due dimensioni importanti: quella dell’ecologia dei diritti umani e quella del diritto fraterno che rifiuta sempre e comunque il codice “amico-nemico”.

La riflessione politica e giuridica deve allora farsi stringente sulla questione della comunità internazionale e delle sue regole: due tracce possibili sono quelle del grande pensiero sorto intorno al cosmopolitismo che riparta, in maniera non metafisica, dall’idea di umanità, e quella dei beni “comuni” che devono essere sottratti, come i diritti fondamentali, alla disponibilità dei vari mercati e delle varie appropriazioni. Un’intelligenza politica ha da scavare in tanti luoghi teorici, ma anche da liberare la fantasia dommatica in altrettanti terreni di “pratica quotidiana”.

 

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