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L’antitesi è nota, ma i suoi contesti sono inediti;
il rapporto tra guerra e diritto, che è alla base del pensiero
politico classico, torna oggi forte in una dimensione “ecologica”
cogente.
Quello che questa guerra ha interrotto e rischia di mettere in
crisi, se non si delegittima ab imis questa “vecchia storia”,
è un lento ma deciso movimento verso la “giuridificazione”
delle relazioni relazioni internazionali. Con questo alludo al processo
difficile, ma concreto, di costruzione dello spazio internazionale
come spazio giuridico-politico. Il suo contrario è quello
che c’è, che da sempre conosciamo e che vediamo riproposto
nel conflitto recente: uno stato di natura dove gli Stati sono niente
altro che “lupi artificiali” in cui il mezzo di comunicazione,
all’interno e tra di essi, è la violenza. L’antitesi,
dunque suona come violenza contro comunità regolata dal diritto.
Quello che si interrompe, dicevamo è il tentativo, certo
faticoso, ma deciso, verso la giuridificazione: verso cioè
la costruzione di un diritto “penale”, prima di un tribunale
permanente contro i crimini di guerra e contro l’umanità,
che sia capace di essere alternativa alla guerra. Chiamo da un po’
di tempo questo processo “un insieme di cantieri kelseniani
in corso”: kelseniani perché fanno parte di un’idea
della decomposizione delle sovranità statali e di costruzione
di un “pacifismo giuridico” che Kelsen assegnava alla
cultura della civitas maxima.
Chi interrompe questo processo è figlio della vecchia storia
di violenze e di egoismi appropriativi: nell’antitesi tra
guerra e diritto vi è la sconfitta del diritto e la riproposizione
della politica come il noto gioco di amico-nemico.
Non vi sono giustificazioni contingenti che tengano: non vale
l’idea della guerra giusta. L’argomento della violazione
dei diritti umani da interrompere è ambiguo: non si possono
infatti violare i diritti umani in nome dei diritti umani. Altro
discorso è quello della democrazia da far valere contro regimi
totalitari. Questo ripropone la questione dell’ingerenza come
questione non di singoli Stati, ma della comunità internazionale
nella sua interezza e come insieme di “pratiche politiche”
che si devono differenziare dalla guerra.
Emergono due dimensioni importanti: quella dell’ecologia
dei diritti umani e quella del diritto fraterno che rifiuta sempre
e comunque il codice “amico-nemico”.
La riflessione politica e giuridica deve allora farsi stringente
sulla questione della comunità internazionale e delle sue
regole: due tracce possibili sono quelle del grande pensiero sorto
intorno al cosmopolitismo che riparta, in maniera non metafisica,
dall’idea di umanità, e quella dei beni “comuni”
che devono essere sottratti, come i diritti fondamentali, alla disponibilità
dei vari mercati e delle varie appropriazioni. Un’intelligenza
politica ha da scavare in tanti luoghi teorici, ma anche da liberare
la fantasia dommatica in altrettanti terreni di “pratica quotidiana”.
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