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Quale eredità ci consegna la guerra in Iraq? Cosa è
cambiato, e quali sono i risultati dei cambiamenti prodotti dall’ultimo
conflitto?
Se i tempi non sono ancora maturi per trarre un bilancio definitivo
(la situazione, in zone che sono state, sino a poco fa, teatro di
guerra, è tutt’altro che pacificata), è comunque
già possibile avviare una riflessione.
Il Movimento Ecologista ha espresso con risolutezza, ben prima che
iniziasse l’intervento anglo-americano, la sua contrarietà
alla guerra. Una contrarietà, potremmo dire, “senza
se e senza ma”: e, tuttavia, il ricorso a tale formula non
deve associarci a coloro che si oppongono a qualsiasi uso della
forza: e, dunque, anche ad azioni di effettiva ingerenza umanitaria
(quando si tratti di porre termine a un genocidio, di fermare un
massacro, di tutelare i diritti di minoranze oppresse). Certo, quello
tra guerra e ingerenza umanitaria è un confine sottile e
assai critico, sul cui rispetto siamo tutti chiamati a interrogarci
e a vigilare, per quanto incerto sia il suo tracciato.
Dunque, la contrarietà alla guerra, consumatasi nelle passate
settimane, non ci esime dal porci una domanda radicale, brutale
per certi versi, e terribilmente concreta: la situazione dell’Iraq
e, più in generale, di quell’area è migliorata
o peggiorata in seguito a questa guerra? Oltre a quegli effetti
negativi che avevamo in larga parte previsto, si manifestano anche
delle conseguenze che, per una bizzarra eterogenesi dei fini, risultano
come ricadute positive del conflitto? Per considerare queste ultime,
è necessario partire da un tentativo di bilancio, seppure
la cosa possa sembrare prematura. Sarebbe sbagliato limitare il
ragionamento a una macabra contabilità, che compara il numero
dei morti prodotti con il numero dei morti evitati (per quanto anche
questa triste aritmetica dello spreco di vite umane debba avere
un suo peso). Sarebbe sbagliato perché si tralascerebbero
altri elementi, decisivi per esprimere un giudizio su quanto accaduto.
Ne ricordiamo sinteticamente alcuni: l’opera di umiliazione
delle masse arabe; l’esaltazione dell’egemonismo unilaterale
degli Stati Uniti; il fallimento dell’Onu. Un fallimento grave,
che potrebbe rivelarsi ancor più tragico se si dimostrasse
– come temo - definitivo.
Insomma, questo conflitto potrebbe avere un effetto incentivante
(addirittura galvanizzante) sulla vocazione “imperiale”
degli Usa. Potrebbe confermare l’idea della “necessità”
di un paese-gendarme, unico custode planetario di un ordine tutt’altro
che equo. (E’ una “necessità” che, oggi,
non viene esclusa da molti militanti di sinistra).
Ma, come si diceva, questa riflessione non deve impedirci di rilevare
gli eventuali effetti positivi che - sebbene frutto di uno strumento
illegittimo e profondamente ingiusto – tuttavia possono emergere.
Il primo, evidente, è l’abbattimento di una tirannia
sanguinaria. Cosa accadrà ora, quale regime sarà instaurato,
o prenderà corpo, in Iraq, è arduo a dirsi. Difficilmente
potrà eguagliare quello di Saddam Hussein in dispotismo e
crudeltà. È stato rimosso un tiranno: e questo è
indubitabilmente un bene. Di più (e si tratta del punto maggiormente
delicato): è stato eliminato, forse, un ostacolo imprescindibile
sulla strada della risoluzione del conflitto israelo-palestinese.
I negoziati in corso sono un segnale importante. L’avvio
di un processo di pace è tanto certo e innegabile quanto
lo è il crollo del regime di Saddam: una sua soluzione positiva
non è altrettanto scontata, ma la pace è – sicuramente
– meno lontana.
Che relazione esiste tra la guerra e l’avvio dei negoziati
tra palestinesi e israeliani? Si può leggere un qualche nesso
di causalità tra i due fatti? Abu Mazen e Sharon potevano
incontrarsi solo all’indomani della caduta di Saddam?
Crediamo che una relazione tra guerra in Iraq e negoziati di pace,
anche se è sconsolante ammetterlo, esista. Saddam era un
finanziatore del terrorismo in medio Oriente; durante la guerra
del ’91, la sua reazione militare si indirizzò immediatamente
su Israele; tutta la sua politica è stata improntata all’antisionismo
e all’antisemitismo.
D’altro canto, si potrebbe obiettare che gli Stati Uniti
godevano di un potere contrattuale (di interdizione e di deterrenza)
talmente rilevante, anche prima della guerra, da essere in grado
di imporre il processo di pace a prescindere da ogni intervento
armato contro l’Iraq. Se così fosse, un processo positivo
come l’avvio del dialogo israelo-palestinese finirebbe con
l’essere, nella strategia generale del nuovo interventismo
americano, una sorta di giustificazione a posteriori di una guerra
altrimenti ingiustificabile. Considerare come “inevitabile”
che la soluzione del conflitto in medio Oriente dovesse passare,
di necessità, per la guerra in Iraq, significa accettare
un ricatto “ideologico” (e materiale: ah, quanto materiale)
inaccettabile.
E tuttavia, detto questo, ribadiamo la convinzione che vi sono
domande radicali non eludibili: e che richiedono risposte altrettanto
radicali. La prima di queste domande, che abbiamo appena iniziato
a sbozzare durante l’intervento militare in Kosovo, è:
quando è necessario l’uso della forza? Quando il ricorso
alle armi è indispensabile per affermare il diritto? E per
“imporre” la pace (o meglio: una condizione di minore
ingiustizia)?
Scaviamo, dunque: scaviamo per capire, e facciamolo con il massimo
rigore e con la massima onestà intellettuale possibili. Anche
a costo di scoprire che una guerra ingiusta potrebbe aver prodotto
risultati definibili come “giusti”. Se non affrontiamo
questi dilemmi, anche l’opposizione alla guerra risulterà
debole. Troppo debole.
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