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Le conseguenze della Guerra
Intervento di Luigi Manconi

Indice
Interventi
Massimo Scalia
Introduzione
Gianni Mattioli
(formato pdf)
Luigi Manconi
Eligio Resta
Quale eredità ci consegna la guerra in Iraq? Cosa è cambiato, e quali sono i risultati dei cambiamenti prodotti dall’ultimo conflitto?
Se i tempi non sono ancora maturi per trarre un bilancio definitivo (la situazione, in zone che sono state, sino a poco fa, teatro di guerra, è tutt’altro che pacificata), è comunque già possibile avviare una riflessione.
Il Movimento Ecologista ha espresso con risolutezza, ben prima che iniziasse l’intervento anglo-americano, la sua contrarietà alla guerra. Una contrarietà, potremmo dire, “senza se e senza ma”: e, tuttavia, il ricorso a tale formula non deve associarci a coloro che si oppongono a qualsiasi uso della forza: e, dunque, anche ad azioni di effettiva ingerenza umanitaria (quando si tratti di porre termine a un genocidio, di fermare un massacro, di tutelare i diritti di minoranze oppresse). Certo, quello tra guerra e ingerenza umanitaria è un confine sottile e assai critico, sul cui rispetto siamo tutti chiamati a interrogarci e a vigilare, per quanto incerto sia il suo tracciato.

Dunque, la contrarietà alla guerra, consumatasi nelle passate settimane, non ci esime dal porci una domanda radicale, brutale per certi versi, e terribilmente concreta: la situazione dell’Iraq e, più in generale, di quell’area è migliorata o peggiorata in seguito a questa guerra? Oltre a quegli effetti negativi che avevamo in larga parte previsto, si manifestano anche delle conseguenze che, per una bizzarra eterogenesi dei fini, risultano come ricadute positive del conflitto? Per considerare queste ultime, è necessario partire da un tentativo di bilancio, seppure la cosa possa sembrare prematura. Sarebbe sbagliato limitare il ragionamento a una macabra contabilità, che compara il numero dei morti prodotti con il numero dei morti evitati (per quanto anche questa triste aritmetica dello spreco di vite umane debba avere un suo peso). Sarebbe sbagliato perché si tralascerebbero altri elementi, decisivi per esprimere un giudizio su quanto accaduto. Ne ricordiamo sinteticamente alcuni: l’opera di umiliazione delle masse arabe; l’esaltazione dell’egemonismo unilaterale degli Stati Uniti; il fallimento dell’Onu. Un fallimento grave, che potrebbe rivelarsi ancor più tragico se si dimostrasse – come temo - definitivo.

Insomma, questo conflitto potrebbe avere un effetto incentivante (addirittura galvanizzante) sulla vocazione “imperiale” degli Usa. Potrebbe confermare l’idea della “necessità” di un paese-gendarme, unico custode planetario di un ordine tutt’altro che equo. (E’ una “necessità” che, oggi, non viene esclusa da molti militanti di sinistra).

Ma, come si diceva, questa riflessione non deve impedirci di rilevare gli eventuali effetti positivi che - sebbene frutto di uno strumento illegittimo e profondamente ingiusto – tuttavia possono emergere.
Il primo, evidente, è l’abbattimento di una tirannia sanguinaria. Cosa accadrà ora, quale regime sarà instaurato, o prenderà corpo, in Iraq, è arduo a dirsi. Difficilmente potrà eguagliare quello di Saddam Hussein in dispotismo e crudeltà. È stato rimosso un tiranno: e questo è indubitabilmente un bene. Di più (e si tratta del punto maggiormente delicato): è stato eliminato, forse, un ostacolo imprescindibile sulla strada della risoluzione del conflitto israelo-palestinese.

I negoziati in corso sono un segnale importante. L’avvio di un processo di pace è tanto certo e innegabile quanto lo è il crollo del regime di Saddam: una sua soluzione positiva non è altrettanto scontata, ma la pace è – sicuramente – meno lontana.

Che relazione esiste tra la guerra e l’avvio dei negoziati tra palestinesi e israeliani? Si può leggere un qualche nesso di causalità tra i due fatti? Abu Mazen e Sharon potevano incontrarsi solo all’indomani della caduta di Saddam?

Crediamo che una relazione tra guerra in Iraq e negoziati di pace, anche se è sconsolante ammetterlo, esista. Saddam era un finanziatore del terrorismo in medio Oriente; durante la guerra del ’91, la sua reazione militare si indirizzò immediatamente su Israele; tutta la sua politica è stata improntata all’antisionismo e all’antisemitismo.

D’altro canto, si potrebbe obiettare che gli Stati Uniti godevano di un potere contrattuale (di interdizione e di deterrenza) talmente rilevante, anche prima della guerra, da essere in grado di imporre il processo di pace a prescindere da ogni intervento armato contro l’Iraq. Se così fosse, un processo positivo come l’avvio del dialogo israelo-palestinese finirebbe con l’essere, nella strategia generale del nuovo interventismo americano, una sorta di giustificazione a posteriori di una guerra altrimenti ingiustificabile. Considerare come “inevitabile” che la soluzione del conflitto in medio Oriente dovesse passare, di necessità, per la guerra in Iraq, significa accettare un ricatto “ideologico” (e materiale: ah, quanto materiale) inaccettabile.

E tuttavia, detto questo, ribadiamo la convinzione che vi sono domande radicali non eludibili: e che richiedono risposte altrettanto radicali. La prima di queste domande, che abbiamo appena iniziato a sbozzare durante l’intervento militare in Kosovo, è: quando è necessario l’uso della forza? Quando il ricorso alle armi è indispensabile per affermare il diritto? E per “imporre” la pace (o meglio: una condizione di minore ingiustizia)?

Scaviamo, dunque: scaviamo per capire, e facciamolo con il massimo rigore e con la massima onestà intellettuale possibili. Anche a costo di scoprire che una guerra ingiusta potrebbe aver prodotto risultati definibili come “giusti”. Se non affrontiamo questi dilemmi, anche l’opposizione alla guerra risulterà debole. Troppo debole.

 

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