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L’ ‘epistola’ di Gianni e Corrado è un’occasione
di riflessione sul Movimento Ecologista, che ritengo di non poter
assolutamente perdere. Cercherò di dare alcune risposte,
ma anche di dire altro. La cosa che mi ha più coinvolto è
che, a partire dalle vicende del ME, quel documento propone più
in generale una concezione della politica alla quale ME dovrebbe
ispirarsi.
Questa concezione prevede una sostanziale “conversione”
della politica da luogo di potere e di ambizioni ad esso finalizzate
- uno dei tanti ‘luoghi’ peraltro con tali caratteristiche
- a esperienza in cui si rafforza la dimensione di un impegno condiviso,
di una responsabilità degli uni nei confronti degli altri,
e che, attraverso un forte impegno e una crescita collettiva, ‘contagia’
coloro che incontra, ovviamente non tutti ma tutti coloro che sono
disposti, in uno schema di crescita generale e degli obiettivi che
ci si è dati e della capacità di realizzare questi
obiettivi. Naturalmente ciò comporta anche un’attenzione
e una strategia di presenze negli organi elettivi istituzionali,
dove poi le decisioni politiche vengono discusse e prese, ma non
in nome, appunto, di un disegno di potere personale o di gruppo,
ma in una maturata ‘neutralità’ rispetto a logiche
di mero potere, se non addirittura in una prospettiva di servizio
agli altri, tanto fervido quanto remoto dalle motivazioni della
politique politiciénne.
Penso di aver riprodotto, seppure in modo molto schematico, il nucleo
di una parte importante delle riflessioni di G & C, altrimenti
chiedo venia, integrando nelle mie poche righe anche gli echi di
dibattiti e conversazioni che abbiamo avuto in questi anni.
Per questa parte, riporto appresso quel che penso. Credo che molti
abbiano tentato una “conversione”, se non simile analoga.
Una citazione per tutte: molti di coloro che si rifacevano al Mounierismo
hanno proposto, e anche probabilmente cercato, di vivere l’esperienza
politica secondo criteri non troppo diversi da quelli che ho attribuito
a G & C, tentando di farla diventare metodo e sostanza, e non
solo per sé stessi. E non sto parlando di boy scout o, come
preferisce Gianni, di “anime belle”; penso, ad esempio,
alla vicenda politica di Moro, anche nei suoi aspetti tragici.
Non vorrei però che l’esempio fosse causa di un non
voluto misundersting, e quindi, secondo l’esperienza di ognuno,
potremo pensare ai comportamenti e alle figure più nobili
della sinistra, come ad alcune teorizzazioni e tentativi del ’68,
come ai livelli più alti della riflessione e della pratica
politica del riformismo cattolico e del liberalismo alla Gobetti.
Voglio dire che G & C colgono un’esigenza profonda, che
ha dalla sua elaborazione, pratica ed esempi diversi e importanti.
Ciò nondimeno quella concezione della politica lungi dall’affermarsi
è stata sostanzialmente espunta dalla vita dei partiti democratici,
dei nostri partiti, costretta a un ridotto di singoli o di piccoli
gruppi, con le eccezioni, certo, di alcuni momenti storici in cui
si aveva la sensazione netta che grandi cambiamenti fossero alla
portata di una partecipazione e di un sogno collettivi, vissuti
da tantissimi con impegno e da tanti con tantissimo impegno. E quei
particolari momenti ci hanno talvolta illuso che fosse possibile
cambiare le regole della politica; non era artificio retorico o
mercato politico quando ponevamo questo obiettivo tra quelli da
perseguire nell’azione istituzionale del primo gruppo parlamentare
Verde! Ma anche questa esperienza, come le altre che ho ricordato,
non hanno portato all’affermarsi, neanche ‘in piccolo’,
di quella concezione politica. Essa non mi è davvero estranea,
ma il più che sono riuscito a fare negli anni della mia vita
di parlamentare e di iscritto a un partito è stato costruire,
contribuire a costruire, un ristretto gruppo di persone che hanno
praticato vincoli di lealtà, condivisione di un progetto
e un’indubbia amicizia, poco cedendo, nel comune operare,
alle ‘ferree leggi della politica’, tanto che la gran
parte di essi sono poi ancora insieme nel ME (non sfuggendo, né
loro né io, al sospetto che l’amicizia prevalga sulla
fragilità del progetto). E’ davvero poco, soprattutto
se confrontato con i criteri usuali del ‘successo’ in
politica - potere, posti e peso nelle grandi decisioni -; ma non
mi vengono in mente esempi significativamente più estesi
o qualitativamente migliori.
Ma allora, poiché una concezione ‘nobile’ - consentitemi
questa abbreviazione - della politica non riesce ad affermarsi,
è questo un buon motivo per rinunciarvi, per non riproporla?
Ovviamente no, ma non è stata però questa la priorità
che si è data il ME.
Negli anni di riflessione - ricordate “A partire da subito”?
- e nei mesi di dibattito che hanno accompagnato la proposta e la
nascita di ME il cuore del problema era cercare di trovare una risposta
adeguata a coloro che erano convinti, sì, dell’importanza
del ‘verbo’ ecologista, della sostenibilità,
del passaggio dalla “quantità alla qualità”,
ma erano nel contempo assediati da un interrogativo vissuto, e non
c’è enfasi,
drammaticamente: “fuori dai Verdi non c’è altro
spazio; o con i DS o con la Margherita”. E infatti parecchi
hanno risposto ritornando a una milizia Verde “senza se e
senza ma”, altri hanno scelto DS o Margherita; cose peraltro
tutte lecite in un movimento “a doppia tessera” come
il nostro, ma alcuni hanno attenuato o estinto il rapporto con ME.
Insomma, l’approccio costitutivo di ME è stato eminentemente
‘fenomenologico’, fondandosi su una cerchia di persone
cui era comune, oltre agli obiettivi ricordati, anche il voler costituire
uno spazio di rapporti umani decenti e un agire politico non burocratico.
Insisto, in nessuna delle nostre carte degli intenti o nei documenti
‘esterni’ abbiamo posto come obiettivo prioritario,
o meglio come condizione dello stesso far politica, una “conversione”
della politica, impegnativa come quella che schematicamente attribuivo
alle riflessioni di G & C. E non è davvero poco il tempo
che abbiamo concesso a riunioni, decisioni e iniziative che avevano
direttamente a che vedere con la presenza di esponenti di ME in
organi politici elettivi, fossero Comuni, Province o Regioni. Al
punto che le volte, devo dire assai rare, che qualcuno ha voluto
fare la battuta: “Ma questo ME serve in realtà a riportare
Manconi, Mattioli e Scalia nella ‘stanza dei bottoni’”,
ho tagliato corto rispondendo: “E se così fosse?”.
Ma visto che i risultati sul terreno ‘più politico’
sono stati invero grami, non è questo un segno per cambiare
rotta - sembrano dire G & C -, per darsi obiettivi meno ‘politici’
(leggi: meno ‘angoscia’ sul terreno politico-elettorale)
e per abbracciare con convinzione quella concezione ‘nobile’
della politica da porre alla base dell’esistenza del ME? E
credo di non sbagliare se penso che almeno Gianni, ma questo non
perché mi sembra tanto emergere dal documento, quanto dalla
quotidiana frequentazione, ritenga che seguire la ‘via giusta’
ci avrebbe fatto ottenere anche risultati più significativi.
Qui, ovviamente, si intrecciano valutazioni sull’ ‘essere’
e sul ‘dover essere’, ma voglio dire con chiarezza che
non ritengo che la concezione della politica che ho sommariamente
definito ‘nobile’ possa essere un fondamento condiviso
per un’ulteriore evoluzione del ME. Perché ci manca,
a mio avviso, la ‘massa critica’ necessaria; e per raggiungerla
ci vorrebbe, ove il punto di vista diventasse largamente condiviso
almeno dal “centinaio (?)” di aderenti al ME, un tempo
incommensurabile con gli obiettivi che pure ci eravamo dati: contribuire
significativamente alla diffusione della proposta ecologista in
un bacino politico più ampio che non i Verdi e alla battaglia
per allontanare dal governo del Paese - il 2006 è alle porte
- l’anomalia berlusconiana.
In ogni caso, la riforma della politica e la sua “conversione”
- e la “conversione” di quanti intendono fare politica
senza perdere l’anima - non è una variabile dipendente
dall’attività pubblico-istituzionale, ma nemmeno una
sua premessa ineludibile. La penso, piuttosto, come un percorso
parallelo e ‘interno’ (mi viene in mente un cavo coassiale),
che può riguardare solo quanti in esso vogliano faticare,
scommettere e rischiare - e investire energie, tempo e intelligenza.
La mancata “conversione” degli ultimi tre anni è
solo un tratto di un itinerario che ha conosciuto, purtroppo, più
sconfitte che successi. Attenzione però, dal momento che
il linguaggio e l’economia della “conversione”
sono tutt’altro rispetto a quelli della politica istituzionale,
non possiamo commettere l’errore di valutare vittorie e successi
usando gli stessi criteri per l’una (“conversione”)
e per l’altra (politica istituzionale). Ritengo che i due
processi si possano praticare parallelamente, ma senza sovrapporli:
e senza che uno ‘inghiotta’ l’altro. Se ciò
accadesse, si avrebbe l’integralismo (il moralismo delle parole)
o l’anacoretismo (la fuga dalle parole).
A chi rilevasse che gli obiettivi che ci eravamo dati erano largamente
surdimensionati rispetto alle nostre possibilità e che, in
ogni caso, non li stiamo conseguendo devo, ovviamente, delle risposte
(quelle che posso dare, quasi certamente non esaurienti).
Sul terreno politico-elettorale la responsabilità della miseria
dei risultati è senz’altro mia, e consiste soprattutto
nel non aver preteso e costituito un vero organo politico coeso
che seguisse le numerose vicende che si sono susseguite in questi
ultimi due anni. Oggi avremmo potuto avere parecchi consiglieri
comunali e provinciali e un consigliere regionale in Friuli, e non
i due ‘provinciali’ (Genova e Brindisi) che in modo
abbastanza casuale si sono aggiunti alla piccola pattuglia ‘gallonata’
degli eletti; e, soprattutto, ci saremmo ‘rodati’ e
fatti più conoscere. Questa autocritica, che ritengo doverosa,
non copre però l’evento di gran lunga più importante
e dal quale avremmo potuto trarre il maggior profitto: le elezioni
europee. In quella circostanza ci siamo mossi abbastanza bene, con
un coinvolgimento che non esito a definire ampio, se penso alle
tante telefonate e agli incoraggiamenti ottenuti. La questione delle
candidature mia e di Gianni, al di fuori di ogni realistica possibilità
di essere eletti, ma come importante ‘segnale’, è
stata vagliata e approvata dai massimi esponenti della Lista “Uniti
nell’Ulivo”.
E’ andata come tutti sappiamo e con le considerazioni politiche
che ci siamo scambiati in ben due coordinamenti di ME. E’
inutile, oltre che un tantino doloroso, tornarci sopra. Basta che
ci ricordiamo, per non essere poi ingenerosi con noi stessi, che
la ‘vendetta’ dei partiti ha colpito purtroppo, e assai
più duramente, forze molto più rilevanti del ME, movimenti
che avevano caratterizzato più di due anni di vita italiana
con la presenza di milioni di cittadini nelle nostre piazze sui
temi del conflitto di interessi, della legalità, della giustizia,
dei diritti del lavoro e della persona, della pace. Oggi, Cofferati
fa il sindaco a Bologna; non è neanche lontanamente pensabile
che Nanni Moretti possa ‘schiaffeggiare’ Rutelli e D’Alema
come a piazza Navona; Di Pietro - la lista più movimentista
- è stato dimezzato; i Cittadini per l’Ulivo, assai
più numerosi e organizzati di noi, non stanno davvero meglio,
per non parlare di Sinistra Ecologista. Non è “mal
comune mezzo gaudio”, ma solo un prendere atto, doveroso,
di un ‘ciclone’ di proporzioni devastanti.
A noi può poi venire il mal di pancia, se pensiamo alla superficiale
supponenza con cui, con l’incontro del 7 luglio 2001 a Roma,
alla Sala delle Carte Geografiche, qualcuno pensava di mettere al
margine il Partito dei Verdi, avocando alla componente ambientalista
dell’Ulivo, del centro sinistra la questione ecologica. Così
non è stato; al contrario, proprio la Lista “Uniti
nell’Ulivo” ha mostrato con la vicenda delle europee
di non volere o di non essere in grado di costituire al suo interno
un comparto ambientalista, delegando la rappresentanza politica
della “sostenibilità” e della “qualità”
al ridotto Verde.
Il Movimento Ecologista non è stato però solo una
proiezione politico-elettorale. Anzi! In alcune situazioni meridionali,
Campania e Calabria soprattutto, abbiamo sperimentato forme di radicamento
legate anche ad attività di patronato e siamo stati e siamo
interlocutori, localmente e nazionalmente, di iniziative di tipo
sindacale o di partito. Abbiamo rapporti di intensa collaborazione
con tutto quanto si muove nell’ambito di un Ulivo “come
lo vorremmo”: non è davvero un caso che esponenti del
ME stiano nell’esecutivo nazionale della Rete dei movimenti
e dei Cittadini per l’Ulivo, o ne siano responsabili regionali
o provinciali in Piemonte come in Lombardia. Abbiamo organizzato
decine di convegni, seminari e dibattiti: dall’idrogeno e
le fonti energetiche rinnovabili alla guerra in Iraq, dai problemi
della costituzione europea alle proposte economiche e sociali della
sostenibilità.
Alcune tematiche sono state affrontate coinvolgendo gruppi di persone
significativi per numero e qualità, ma questa non è
stata la regola; anzi, non mi è difficile ammettere che nell’ultimo
anno la maggiore capacità politico-organizzativa, che l’impostazione
di un lavoro partecipato e d’ensamble richiede, si è
venuta ‘degradando’ (e già partiva da livelli
non eccelsi!). Molta della nostra elaborazione e proposta è
divenuta pertanto più il frutto di singoli che non di un
lavoro collettivo; ma, mi sia permesso di osservare che almeno questo
lavoro c’é, che avviene se non altro su un ‘tessuto’
largamente comune e che ci possiamo permettere un seminario del
livello di quello del 2 ottobre.
In ogni caso è vero che, qualunque cosa vogliamo fare, dobbiamo
assolutamente migliorare impegno e capacità politico-organizzativa
nella direzione indicata da G & C , se il ME vuole continuare
a vivere. Ma, anche in questo caso, senza illusioni e con un senso
di ‘appartenenza’, che è ‘sacramento’
delle “idee fondamentali della responsabilità e della
solidarietà”. Mi spiego con un esempio. Gianni, coerentemente
con le sue convinzioni, ha dedicato un anno e mezzo ai “ragazzi
di via Vicenza”, secondo lo schema di una ‘diffusione’
lenta, ma che richiamava ogni volta un maggior numero di persone
a discutere e a tentare un’elaborazione collettiva. Le allegre
sarabande dei girotondi si sono abbattute su quell’esperienza
come un vento dissipatore (en passant, sia Gianni che io ritenevamo
un tantino impudico lo spettacolo di sessantenni non inesperti di
politica e di movimenti che si tengono gioiosamente per mano attorno
a qualche monumento o in qualche piazza; ma è solo una questione
di gusto). Quello che ne è restato sono alcuni documenti
di buona fattura, che peraltro nessuno si è peritato di far
arrivare, per esempio, a Yoyoba, anche perché nessuno, e
c’erano nostri vecchi amici, si è in qualche modo sentito
legato alle vicende del ME.
Ma, insomma, al di là delle responsabilità e degli
esiti non certo lusinghieri, che fare quando il progetto e gli obiettivi
sembrano periclitanti e noi stessi indeboliti e confusi? Andarsene
a casa, sembrerebbe la risposta più ovvia. Ma non lo è.
Intanto, non più indeboliti o confusi di altri nostri compagni
di strada - quelli che sono rimasti, vorrei sottolineare. E c’è
qualcuno che pensa che il conclamato, a tutt’oggi, leader
della coalizione, Romano Prodi, abbia meno problemi di noi? E questi
suoi, evidenti, problemi non possono comportare la riapertura di
spazi e strategie che ci riguardano? E non sto parlando di “stanza
della politica”, ma della faticosa, difficile, forse improbabile,
ripresa di un grande progetto.
Non ho mai celato, e approfitto per ripeterlo, il carattere di ‘scommessa
politica’, di nobile scommessa politica del progetto di ME;
ma una scommessa alla quale ho sempre dato un termine di verifica.
Una verifica che, negativa o positiva, si realizza con le elezioni
politiche del 2006. Penso di non essere il solo che si farà
coinvolgere da una partecipazione attiva a quella campagna. Vorrei
che lo facessimo insieme, come Movimento Ecologista; e il top per
me sarebbe un ruolo ben definito di ME.
Concludo. Ben vengano le garbate puntualizzazioni, le proposte
e le critiche, esplicite e implicite, di G & C, come di altri
che vorranno rispondere: ci ricordano, al meno, che l’adesione
e l’impegno in un progetto politico non possono davvero essere
demandati ad atteggiamenti scontati o, peggio, fideistici. Di più,
credo che larga parte delle riflessioni di G & C vada accolta
positivamente. Vedremo insieme, come ci siamo ripromessi a San Cosimato,
che percorso e che modalità scegliere.
Mi sia consentito un solo rilievo alla lettera di Gianni e Corrado.
Un sassolino che mi tolgo dalla scarpa: quel “un centinaio
(?)” di aderenti al ME. Ho trovato quell’interrogativo
tra parentesi un po’ snob, sembra una premessa per un ‘eccesso’
di dimostrazione.
Una risposta, e un auspicio per tutti noi, viene dai ‘nostri’
universitari de “La Sapienza”. Nella più grande
università d’Europa (144 mila studenti) i giovani dirigenti
del Movimento Ecologista hanno costruito, con tanto lavoro intelligente,
collettivo e non burocratico, una situazione per la quale studenti
di ME, candidati per il CdA dell’Ateneo e per il Senato Accademico
allargato (i due ‘scranni’ più prestigiosi),
competeranno alla pari con DS e Margherita nelle elezioni di novembre
prossimo; con un loro programma, concreto e al tempo stesso di alto
profilo, e con buone probabilità di vincere. Non è
certo la presa del Palazzo d’Inverno, ma mi sembra un fatto
significativo. Sono un centinaio (?).
Orate fratres,
Massimo
Roma, 8 ottobre 2004
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