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Dove va il Movimento Ecologista
Dove va il Movimento Ecologista?
Seminario
Introduzione
Nota programmatica di Gianni Mattioli e Massimo Scalia

Alcuni appunti a proposito della sinistra sinistrica. Di Luigi Manconi

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Dove va il Movimento Ecologista?
Lettera di Corrado Carruba e Gianni Mattioli
Riflessioni di Massimo Scalia
Intervento di Riccardo Varanini
Intervento di Carlo Crocella
Intervento di Lamberto Tassinari

Caro Massimo e cari amici del Movimento Ecologista,

ci sembra che il seminario del 2 ottobre debba rappresentare l’occasione per l’avvio di una riflessione critica sulla nostra esperienza – da condurre con lucidità e disponibilità - per individuare, alla luce di ciò che è maturato nell’area politica del centro-sinistra e nelle varie esperienze della diaspora verde, l’impiego più utile delle nostre energie, del nostro impegno ed anche di quel bene prezioso che è il nostro legame di amicizia.

I fatti principali ci pare che si possano sintetizzare così.

  1. La questione della “Sostenibilità”, tema centrale del movimento, è divenuta, se possibile, ancora più centrale nella vicenda storica che viviamo. Anzi, se questo termine veniva impiegato con il significato implicito di sostenibilità delle risorse e degli equilibri planetari in rapporto al futuro, al diritto delle generazioni future, oggi, e in modo drammatico, lo sconvolgimento climatico o la guerra per il controllo delle risorse energetiche mostrano per il presente, per noi, la rottura della sostenibilità e la necessità di mettere in campo politiche urgenti di cambiamento.
    Avevamo ritenuto che questa grande tematica – che incarna oggi, con estrema concretezza, i principi della responsabilità e della solidarietà propri della tradizione politica della sinistra – non poteva più rimanere circoscritta entro il partito dei Verdi, ma poteva rappresentare il terreno di incontro e di avanzamento di tradizioni politiche – del movimento operaio come dei cattolici democratici e della cultura laica, liberale e progressista – certo nobili, ma inadeguate a leggere la società attuale e a trasformarla.
    Avevamo addirittura ritenuto che questa prospettiva potesse dare un forte contributo alla costruzione di quella sintesi nuova che Romano Prodi invocava per dare una base comune – di cultura, di programma - alla “Casa dei riformatori”, di cui aveva cominciato a parlare fin dal 2000 per realizzare l’unità delle forze del centro-sinistra.
    Ma questo processo va avanti a fatica: la Casa dei riformatori ha ceduto il passo al triciclo dei riformisti e la tematica della sostenibilità , pur entrando nei preamboli dei testi programmatici del centro sinistra, non arriva a caratterizzarne le politiche operative. E, del resto, l’attenzione dei partiti ai movimenti torna come sempre a concentrarsi sulla possibilità di carpirne il consenso, sensa tuttavia sforzarsi di comprenderne le tematiche o di mettere in discussione le proprie strutture.
  2. E’ in questo contesto che oggi il ME vive una sua non esaltante vicenda, trattato con cortesia dalla “stanza della politica”, per una gentilezza che questa stanza non nega a quanti in passato la hanno frequentata, sempre che questa gentilezza non comporti qualche onere eccessivo: ad esempio una candidatura alle Europee in testa di lista o la presentazione di una lista alle amministrative, che possa dar fastidio a Pecoraro o che restringa i già stretti margini degli equilibri di coalizione o di corrente.
    E perché poi bisognerebbe riservare maggiore considerazione al ME? Quale è la sua forza organizzativa? Quali eventi produce – al di là di assemblee annuali dedicate a generiche ripetizioni della sua tematica della Sostenibilità (con il contorno del pastone politico) – che possano incidere almeno sul terreno della produzione di cultura politica, di innovazione programmatica, ma accompagnati dal necessario dispiego di testimonial illustri e soprattutto con il conseguente riscontro mediatico?
  3. Nel frattempo, la rappresentanza politica dell’ambientalismo resta nelle mani di Pecoraro, mentre la maggior parte di quei Verdi che avevano dichiarato la loro simpatia per ME prefigurando un’uscita, si riassesta dentro il suo ruolo nel partito, soprattutto se ha qualche ruolo istituzionale, e, d’altra parte, perché esporsi troppo, quando nel centro-sinistra nessuno appare disponibile a fare un passo in più e/o uno sgarbo a Pecoraro? Per di più, oggi uno scontro appare difficilmente motivabile sul terreno del merito politico, visto che – dalla guerra in Iraq all’ambiente, ma anche nella opposizione al centro-destra – in definitiva la linea di Pecoraro se non altro annunciata appare assai condivisibile. Certo, ciò che portano avanti i Verdi è Ambientalismo, non Sostenibilità: i Verdi possono dirsi rappresentanza politica delle associazioni ambientaliste e ciò è altra cosa dalla Sostenibilità, che è una proposta organica di riorganizzare i diritti di cittadinanza, la politica economica, le relazioni internazionali, la ricerca scientifica. Ma questa distinzione tra Ambientalismo e Sostenibilità appartiene ad una struttura fine della cultura politica, insufficiente a marcare una differenza di contenuti e, quanto ai comportamenti, è lontano ormai il ricordo della questione morale (i cammellati di Chianciano) o dell’assassinio di Galletti a Bologna ad opera di Cento e le altre nefandezze di bassa cucina.
  4. Un’altra esperienza a noi vicina, il progetto di Sinistra Ecologista caratterizzata da un investimento strategico sul Patto con il maggior partito della sinistra e del centro sinistra, anch’essa zoppica vistosamente; e sempre, in sintesi, per le due solite questioni: la effettiva impermeabilità all’ecologismo/sostenibilità nelle scelte concrete, da parte della grande maggioranza del partito e, da esso, della sinistra intera e del centro sinistra, poi la difficoltà di organizzare autonomamente un qualcosa di effettivamente rappresentativo, che parli all’insieme e che vada aldilà di una minoranza qualificata e generosa quanto separata dal resto.
  5. Infine la perenne questione di Prodi e della sua leadersihip, il suo ruolo di garanzia per un Ulivo non solo di partiti, quindi il nostro campione, mai in realtà sceso in campo se non nell’agone della perenne mediazione al tavolo dei segretari. Non ci pare che da questo punto di vista ci sia molto da aspettarsi, al momento, dal Professore.

Alla luce di 1, 2. 3 , 4 e 5, ci si può chiedere se non abbiamo sbagliato le valutazioni sulla situazione, che ci portarono ad uscire dal “Sole che ride”, del quale alcuni di noi erano stati i fondatori. Ma questa domanda non ha alcun senso, perché il film comunque non può essere riavvolto indietro.
Bisogna porsi tuttavia la domanda sul che fare, perché vivacchiare non è divertente; anzi, per certi versi, il perenne desiderio irrisolto senza appagamento porta frustrazioni e nevrosi
Oggi siamo un centinaio (?) di persone che hanno in comune alcune idee belle e straordinariamente appropriate non solo alla “vicenda umana”, ma anche all’ambito assai più limitato della politica di questo paese nel quadro dell’Europa.

Quali obiettivi ci possiamo porre?

  1. Approfondire questa lettura dei fatti e articolare in modo migliore, più ampio, le proposte di intervento sulla società.
  2. Tentare di avere anche un ruolo diretto nella azione politico-culturale conseguente a quella lettura e a quelle proposte.
    Si tratta di due obiettivi di pari importanza per chi è convinto di essere portatore di un utile contenuto programmatico e, nel contempo, ha voglia e gusto per l’impegno politico diretto.
    In modo più o meno esplicito, questi sono stati anche gli obiettivi sin qui perseguiti dal ME, ma in modo disorganizzato e senza un vero impegno, un’assunzione esplicita di responsabilità reciproca: L’impressione è quella di percorsi individuali o di micro gruppi, casualmente paralleli sin quando l’interesse e la scelta individuale portino al parallelismo.
    Non c’è da stupire, forse: questa frammentarietà, questo individualismo del fare politica sembra un carattere dominante dello scenario della politica. Viene da contrapporlo alla stagione in cui, nel bene e nel male, dettero vita ad esperienze politiche di massa solo quelle culture che nell’azione politica, pur dando spazio all’affermazione individuale, rendevano esplicito anche il senso di un impegno collettivo. Altrimenti c’è il rapporto gregario che ognuno valuta secondo la propria attesa di promozione e viene valutato secondo il grado di fedeltà. Questo può ancora funzionare quando la torta da spartire è sufficientemente ampia, tanto da alimentare credibili attese e perciò fedeltà efficaci. Non è il caso, evidentemente, di un movimento come il nostro.
    Bisogna invece partire da una vera e propria conversione – tranquillizzatevi: in senso assolutamente laico – verso un impegno nella società, caratterizzato delle idee fondamentali della responsabilità e della solidarietà, in cui la pur legittima aspirazione all’autoaffermazione non cancelli del tutto l’idea del servizio.

E il primo servizio che possiamo offrire ci sembra proprio quello di spargere attorno a noi informazione e presa di coscienza attraendo, attorno a centri di coagulazione cui dar vita, persone che abbiano voglia di mettersi in rete. Questi centri potranno dar vita ad esperienze di approfondimento, da una parte, ed a vere e proprie iniziative politiche, dall’altra, collegandosi con le altre forze del centro-sinistra.

Il lavoro di approfondimento potrà portare alla redazione di dossier tematici, secondo la proposta che fu avanzata – e recentemente ripresa - da Franco Corleone ed avere sbocco in eventi politico-culturali di presentazione, confronto, contributo programmatico, ecc.
Costruire poi ed allargare una rete di cittadini informati, capaci di dialogare con tutti – inventando con fantasia occasioni di incontro - sui problemi della vita di tutti, sui problemi del paese o sulle difficili situazioni internazionali, ci sembra la preparazione adeguata anche per lo scontro elettorale, la creazione del consenso, la vittoria dell’Ulivo.

Questi aspetti non sono certo nuovi, ma ci sembrano obbligati. Questo progetto è fallito in passato? E’ ben strano che proprio noi, che criticavamo i “Girotondi” per l’episodicità dell’impegno e l’eccessiva leggerezza dell’organizzazione, non ci siamo posti con serietà e determinazione un obiettivo, sia pure modesto, di costruire una rete organizzata.

Bisogna invece puntare ad una cosa che esista realmente, non solo quando bisogna far vedere a Rutelli o a Fassino che c’è qualcun altro oltre ai “big”. Questo significa anche un’ appartenenza e un pur minimo impegno finanziario (stabilito, serio, proporzionale e costante ), per pagare qualcosa che assomigli ad una sede e ad un servizio stampa. Senza questo minimo impegno organizzativo, siamo al livello delle chiacchiere e delle frustrazioni. Non ha alcun senso, per intenderci, illuderci di contare qualcosa, perché possiamo avere incontri con Prodi, Fassino o Rutelli. Sono incontri di pura cortesia, che non si rifiutano a persone perbene, come riempitivi di agenda tra un incontro importante e l’altro. Altra cosa sarebbe se noi fossimo, appunto, una cosa che esiste realmente.
E d’altra parte il riconoscimento da parte dei protagonisti della politica, anche se deve essere ovviamente perseguito, potrebbe anche non essere la misura del successo di un’azione politica che avesse, come obiettivo primario, innanzi tutto quello di vitalizzare e richiamare alla partecipazione un pezzo di società.
Anzi, viene da dire che, proprio se si assumesse con serietà l’obiettivo di rifondare la pratica politica, allargare la partecipazione, puntare ad una crescita collettiva, appare palese che il lavoro non ammette scorciatoie. Per di più, non si può dare – come spesso tutti noi facciamo – giudizi tanto negativi sulla classe politica del centro-sinistra, senza avere ben chiaro che figure più accettabili non nascono miracolosamente, ma sono esse stesse il risultato di una trasformazione autentica. Mettere in piedi, dunque, questo lavoro, alimentato in particolare da una qualche consuetudine con settori sociali deboli, può essere la concreta e coerente risposta alla critica nei confronti dell’esistente nel centro-sinistra.

Sono obiettivi retorici, da megalomani?
L’alternativa non può essere, l’abbiamo già detto, sopravvivere in attesa che si riapra per noi la stanza delle istituzioni, perché se questo fosse l’obiettivo, allora si potrebbe esaminare, con pacata spregiudicatezza, il rientro nei Verdi – magari sotto la protezione di Gianfraco Bettin o di Paolo Cento o dello stesso pontificante Pecoraro – o un’offerta ad Edo per divenire i Ronchi‘s Boy in un rilancio della parte non-DS di sinistra ecologista (chissà che, forti del nostro appoggio, non si riesca ad ottenere dai DS, per le politiche, più di quella singola collocazione che Edo non ha ottenuto per le Europee) o una chiara e netta adesione alla Margherita prodiana o rutelliana.

In ogni caso, poiché la politica è fatta come sappiamo anche di appuntamenti, ebbene il prossimo, cioè le regionali del 2005 non può trovarci nuovamente impreparati ed inadeguati. Cosa farà ME, e coloro che ad esso fanno riferimento?

Cari amici, vi proponiamo questi interrogativi e queste proposte minimali – impegno reciproco, organizzazione, chiarezza ed onestà nei percorsi individuali e collettivi – ma dentro un obiettivo che consideriamo invece importante: quello di rimeditare i caratteri dell’impegno politico e, nel contempo sperimentare la pratica alternativa che questa riflessione volesse suggerirci.

A tutti il nostro caro saluto.

Corrado Carrubba Gianni Mattioli


 

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