|
Caro Massimo e cari amici del Movimento Ecologista,
ci sembra che il seminario del 2 ottobre debba rappresentare l’occasione
per l’avvio di una riflessione critica sulla nostra esperienza
– da condurre con lucidità e disponibilità -
per individuare, alla luce di ciò che è maturato nell’area
politica del centro-sinistra e nelle varie esperienze della diaspora
verde, l’impiego più utile delle nostre energie, del
nostro impegno ed anche di quel bene prezioso che è il nostro
legame di amicizia.
I fatti principali ci pare che si possano sintetizzare così.
- La questione della “Sostenibilità”, tema
centrale del movimento, è divenuta, se possibile, ancora
più centrale nella vicenda storica che viviamo. Anzi, se
questo termine veniva impiegato con il significato implicito di
sostenibilità delle risorse e degli equilibri planetari
in rapporto al futuro, al diritto delle generazioni future, oggi,
e in modo drammatico, lo sconvolgimento climatico o la guerra
per il controllo delle risorse energetiche mostrano per il presente,
per noi, la rottura della sostenibilità e la necessità
di mettere in campo politiche urgenti di cambiamento.
Avevamo ritenuto che questa grande tematica – che incarna
oggi, con estrema concretezza, i principi della responsabilità
e della solidarietà propri della tradizione politica della
sinistra – non poteva più rimanere circoscritta entro
il partito dei Verdi, ma poteva rappresentare il terreno di incontro
e di avanzamento di tradizioni politiche – del movimento
operaio come dei cattolici democratici e della cultura laica,
liberale e progressista – certo nobili, ma inadeguate a
leggere la società attuale e a trasformarla.
Avevamo addirittura ritenuto che questa prospettiva potesse dare
un forte contributo alla costruzione di quella sintesi nuova che
Romano Prodi invocava per dare una base comune – di cultura,
di programma - alla “Casa dei riformatori”, di cui
aveva cominciato a parlare fin dal 2000 per realizzare l’unità
delle forze del centro-sinistra.
Ma questo processo va avanti a fatica: la Casa dei riformatori
ha ceduto il passo al triciclo dei riformisti e la tematica della
sostenibilità , pur entrando nei preamboli dei testi programmatici
del centro sinistra, non arriva a caratterizzarne le politiche
operative. E, del resto, l’attenzione dei partiti ai movimenti
torna come sempre a concentrarsi sulla possibilità di carpirne
il consenso, sensa tuttavia sforzarsi di comprenderne le tematiche
o di mettere in discussione le proprie strutture.
- E’ in questo contesto che oggi il ME vive una sua non
esaltante vicenda, trattato con cortesia dalla “stanza della
politica”, per una gentilezza che questa stanza non nega
a quanti in passato la hanno frequentata, sempre che questa gentilezza
non comporti qualche onere eccessivo: ad esempio una candidatura
alle Europee in testa di lista o la presentazione di una lista
alle amministrative, che possa dar fastidio a Pecoraro o che restringa
i già stretti margini degli equilibri di coalizione o di
corrente.
E perché poi bisognerebbe riservare maggiore considerazione
al ME? Quale è la sua forza organizzativa? Quali eventi
produce – al di là di assemblee annuali dedicate
a generiche ripetizioni della sua tematica della Sostenibilità
(con il contorno del pastone politico) – che possano incidere
almeno sul terreno della produzione di cultura politica, di innovazione
programmatica, ma accompagnati dal necessario dispiego di testimonial
illustri e soprattutto con il conseguente riscontro mediatico?
- Nel frattempo, la rappresentanza politica dell’ambientalismo
resta nelle mani di Pecoraro, mentre la maggior parte di quei
Verdi che avevano dichiarato la loro simpatia per ME prefigurando
un’uscita, si riassesta dentro il suo ruolo nel partito,
soprattutto se ha qualche ruolo istituzionale, e, d’altra
parte, perché esporsi troppo, quando nel centro-sinistra
nessuno appare disponibile a fare un passo in più e/o uno
sgarbo a Pecoraro? Per di più, oggi uno scontro appare
difficilmente motivabile sul terreno del merito politico, visto
che – dalla guerra in Iraq all’ambiente, ma anche
nella opposizione al centro-destra – in definitiva la linea
di Pecoraro se non altro annunciata appare assai condivisibile.
Certo, ciò che portano avanti i Verdi è Ambientalismo,
non Sostenibilità: i Verdi possono dirsi rappresentanza
politica delle associazioni ambientaliste e ciò è
altra cosa dalla Sostenibilità, che è una proposta
organica di riorganizzare i diritti di cittadinanza, la politica
economica, le relazioni internazionali, la ricerca scientifica.
Ma questa distinzione tra Ambientalismo e Sostenibilità
appartiene ad una struttura fine della cultura politica, insufficiente
a marcare una differenza di contenuti e, quanto ai comportamenti,
è lontano ormai il ricordo della questione morale (i cammellati
di Chianciano) o dell’assassinio di Galletti a Bologna ad
opera di Cento e le altre nefandezze di bassa cucina.
- Un’altra esperienza a noi vicina, il progetto di Sinistra
Ecologista caratterizzata da un investimento strategico sul Patto
con il maggior partito della sinistra e del centro sinistra, anch’essa
zoppica vistosamente; e sempre, in sintesi, per le due solite
questioni: la effettiva impermeabilità all’ecologismo/sostenibilità
nelle scelte concrete, da parte della grande maggioranza del partito
e, da esso, della sinistra intera e del centro sinistra, poi la
difficoltà di organizzare autonomamente un qualcosa di
effettivamente rappresentativo, che parli all’insieme e
che vada aldilà di una minoranza qualificata e generosa
quanto separata dal resto.
- Infine la perenne questione di Prodi e della sua leadersihip,
il suo ruolo di garanzia per un Ulivo non solo di partiti, quindi
il nostro campione, mai in realtà sceso in campo se non
nell’agone della perenne mediazione al tavolo dei segretari.
Non ci pare che da questo punto di vista ci sia molto da aspettarsi,
al momento, dal Professore.
Alla luce di 1, 2. 3 , 4 e 5, ci si può chiedere se non
abbiamo sbagliato le valutazioni sulla situazione, che ci portarono
ad uscire dal “Sole che ride”, del quale alcuni di noi
erano stati i fondatori. Ma questa domanda non ha alcun senso, perché
il film comunque non può essere riavvolto indietro.
Bisogna porsi tuttavia la domanda sul che fare, perché vivacchiare
non è divertente; anzi, per certi versi, il perenne desiderio
irrisolto senza appagamento porta frustrazioni e nevrosi
Oggi siamo un centinaio (?) di persone che hanno in comune alcune
idee belle e straordinariamente appropriate non solo alla “vicenda
umana”, ma anche all’ambito assai più limitato
della politica di questo paese nel quadro dell’Europa.
Quali obiettivi ci possiamo porre?
- Approfondire questa lettura dei fatti e articolare in modo
migliore, più ampio, le proposte di intervento sulla società.
- Tentare di avere anche un ruolo diretto nella azione politico-culturale
conseguente a quella lettura e a quelle proposte.
Si tratta di due obiettivi di pari importanza per chi è
convinto di essere portatore di un utile contenuto programmatico
e, nel contempo, ha voglia e gusto per l’impegno politico
diretto.
In modo più o meno esplicito, questi sono stati anche gli
obiettivi sin qui perseguiti dal ME, ma in modo disorganizzato
e senza un vero impegno, un’assunzione esplicita di responsabilità
reciproca: L’impressione è quella di percorsi individuali
o di micro gruppi, casualmente paralleli sin quando l’interesse
e la scelta individuale portino al parallelismo.
Non c’è da stupire, forse: questa frammentarietà,
questo individualismo del fare politica sembra un carattere dominante
dello scenario della politica. Viene da contrapporlo alla stagione
in cui, nel bene e nel male, dettero vita ad esperienze politiche
di massa solo quelle culture che nell’azione politica, pur
dando spazio all’affermazione individuale, rendevano esplicito
anche il senso di un impegno collettivo. Altrimenti c’è
il rapporto gregario che ognuno valuta secondo la propria attesa
di promozione e viene valutato secondo il grado di fedeltà.
Questo può ancora funzionare quando la torta da spartire
è sufficientemente ampia, tanto da alimentare credibili
attese e perciò fedeltà efficaci. Non è il
caso, evidentemente, di un movimento come il nostro.
Bisogna invece partire da una vera e propria conversione –
tranquillizzatevi: in senso assolutamente laico – verso
un impegno nella società, caratterizzato delle idee fondamentali
della responsabilità e della solidarietà, in cui
la pur legittima aspirazione all’autoaffermazione non cancelli
del tutto l’idea del servizio.
E il primo servizio che possiamo offrire ci sembra proprio quello
di spargere attorno a noi informazione e presa di coscienza attraendo,
attorno a centri di coagulazione cui dar vita, persone che abbiano
voglia di mettersi in rete. Questi centri potranno dar vita ad esperienze
di approfondimento, da una parte, ed a vere e proprie iniziative
politiche, dall’altra, collegandosi con le altre forze del
centro-sinistra.
Il lavoro di approfondimento potrà portare alla redazione
di dossier tematici, secondo la proposta che fu avanzata –
e recentemente ripresa - da Franco Corleone ed avere sbocco in eventi
politico-culturali di presentazione, confronto, contributo programmatico,
ecc.
Costruire poi ed allargare una rete di cittadini informati, capaci
di dialogare con tutti – inventando con fantasia occasioni
di incontro - sui problemi della vita di tutti, sui problemi del
paese o sulle difficili situazioni internazionali, ci sembra la
preparazione adeguata anche per lo scontro elettorale, la creazione
del consenso, la vittoria dell’Ulivo.
Questi aspetti non sono certo nuovi, ma ci sembrano obbligati.
Questo progetto è fallito in passato? E’ ben strano
che proprio noi, che criticavamo i “Girotondi” per l’episodicità
dell’impegno e l’eccessiva leggerezza dell’organizzazione,
non ci siamo posti con serietà e determinazione un obiettivo,
sia pure modesto, di costruire una rete organizzata.
Bisogna invece puntare ad una cosa che esista realmente, non solo
quando bisogna far vedere a Rutelli o a Fassino che c’è
qualcun altro oltre ai “big”. Questo significa anche
un’ appartenenza e un pur minimo impegno finanziario (stabilito,
serio, proporzionale e costante ), per pagare qualcosa che assomigli
ad una sede e ad un servizio stampa. Senza questo minimo impegno
organizzativo, siamo al livello delle chiacchiere e delle frustrazioni.
Non ha alcun senso, per intenderci, illuderci di contare qualcosa,
perché possiamo avere incontri con Prodi, Fassino o Rutelli.
Sono incontri di pura cortesia, che non si rifiutano a persone perbene,
come riempitivi di agenda tra un incontro importante e l’altro.
Altra cosa sarebbe se noi fossimo, appunto, una cosa che esiste
realmente.
E d’altra parte il riconoscimento da parte dei protagonisti
della politica, anche se deve essere ovviamente perseguito, potrebbe
anche non essere la misura del successo di un’azione politica
che avesse, come obiettivo primario, innanzi tutto quello di vitalizzare
e richiamare alla partecipazione un pezzo di società.
Anzi, viene da dire che, proprio se si assumesse con serietà
l’obiettivo di rifondare la pratica politica, allargare la
partecipazione, puntare ad una crescita collettiva, appare palese
che il lavoro non ammette scorciatoie. Per di più, non si
può dare – come spesso tutti noi facciamo – giudizi
tanto negativi sulla classe politica del centro-sinistra, senza
avere ben chiaro che figure più accettabili non nascono miracolosamente,
ma sono esse stesse il risultato di una trasformazione autentica.
Mettere in piedi, dunque, questo lavoro, alimentato in particolare
da una qualche consuetudine con settori sociali deboli, può
essere la concreta e coerente risposta alla critica nei confronti
dell’esistente nel centro-sinistra.
Sono obiettivi retorici, da megalomani?
L’alternativa non può essere, l’abbiamo già
detto, sopravvivere in attesa che si riapra per noi la stanza delle
istituzioni, perché se questo fosse l’obiettivo, allora
si potrebbe esaminare, con pacata spregiudicatezza, il rientro nei
Verdi – magari sotto la protezione di Gianfraco Bettin o di
Paolo Cento o dello stesso pontificante Pecoraro – o un’offerta
ad Edo per divenire i Ronchi‘s Boy in un rilancio della parte
non-DS di sinistra ecologista (chissà che, forti del nostro
appoggio, non si riesca ad ottenere dai DS, per le politiche, più
di quella singola collocazione che Edo non ha ottenuto per le Europee)
o una chiara e netta adesione alla Margherita prodiana o rutelliana.
In ogni caso, poiché la politica è fatta come sappiamo
anche di appuntamenti, ebbene il prossimo, cioè le regionali
del 2005 non può trovarci nuovamente impreparati ed inadeguati.
Cosa farà ME, e coloro che ad esso fanno riferimento?
Cari amici, vi proponiamo questi interrogativi e queste proposte
minimali – impegno reciproco, organizzazione, chiarezza ed
onestà nei percorsi individuali e collettivi – ma dentro
un obiettivo che consideriamo invece importante: quello di rimeditare
i caratteri dell’impegno politico e, nel contempo sperimentare
la pratica alternativa che questa riflessione volesse suggerirci.
A tutti il nostro caro saluto.
Corrado Carrubba Gianni Mattioli
|