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Gran parte dell’attuale dibattito politico e
programmatico mi sembra gravato da una ipoteca culturale pigra e
regressiva. Questo produce una formula a doppia chiave: per non
essere moderati bisogna essere estremisti; e specularmente: per
non essere estremisti bisogna essere moderati. La stessa discussione
sul centro e sul centro del centrodestra e sul centro del centrosinistra
soffre della medesima patologia: sono tutte formule che esprimono
quella concezione toponomastica dello spazio politico e della sinistra,
secondo la quale Oliviero Diliberto o Fausto Bertinotti dovrebbero
essere alla mia sinistra e io, addirittura!, dovrei essere alla
loro destra, secondo una concezione che privilegia la collocazione
geometrica e non la qualità delle risposte ai diversi problemi
(dalla riforma del mercato del lavoro alla gestione dell’acqua.
E’ una ipoteca culturale particolarmente gravosa e dannosa
perché non sembra risparmiare alcuno dei campi dove si confrontano
opzioni e programmi diversi: fino al più recente e grottesco
episodio, quando è stata presentata come “più
di sinistra” - perché collocata, appunto, all’estremo
- la posizione che rifiutava il confronto col governo ai fini della
liberazione delle “due Simona”. Ecco, tale posizione,
la chiamerei sinistrica. Questa manifestazione macabra e indecente,
insieme, di sinistrismo è solo l’ultimo esempio di
una ipoteca culturale assai diffusa e resistente. Ma consideriamone
altri, e più impegnativi esempi, come la riforma Moratti
della scuola: è, alla lettera, una riforma classista perché
anticipa e irrigidisce i meccanismi di scelta tra diversi percorsi
scolastici e finisce con l’affidarli a fattori sociali, culturali
e di censo. La riforma della sanità produce analoghi meccanismi
di selezione classista, in particolare stratificando il sistema
secondo linee di qualità differenziate e fortemente discriminatorie,
in base a fattori economici e al potere di spesa di singoli e gruppi
sociali. Compito del centrosinistra è contestare e rovesciare
quell’impianto classista di due riforme fondamentali per la
coesione sociale. Ma limitarsi a questo non è solo insufficiente.
Può essere assai dannoso:
- se non è accompagnato da un progetto di riforma complessiva
di quel comparto dell’organizzazione sociale (la scuola,
la sanità o altro);
- se non è fortemente sostenuto dall’enfasi su istanze
di libertà e di tutela dell’autonomia individuale
e della libertà di scelta.
Per capirci: tornare all’assetto della scuola pubblica prima
della riforma Moratti e di quella Berlinguer non ha alcun senso
se non affronta la questione di una profonda innovazione dei piani
di studio: dunque, dei contenuti della formazione scolastica e
di un rapporto intelligente col mercato del lavoro. D’altra
parte, una riforma della scuola adeguata ai tempi deve affrontare
la questione della libertà di insegnamento, del pluralismo
culturale e dell’autonomia delle scuole non statali.
A proposito di quest’ultimo, segnalo come la questione,
della parità scolastica, nata e tutta concentrata sulle scuole
cattoliche, già ora, è diventata un terreno di iniziativa
delle comunità musulmane, con conseguenze imprevedibili.
Questo fa emergere, per un verso, il ritardo della sinistra sull’importantissimo
tema della sussidiarietà; per altro verso, rivela tutta l’impotenza
e la povertà di una impostazione interamente pubblico-statalista
e laicista.
Ma perfino la questione pace/guerra non consente soluzioni pigramente
sinistriche, secondo quella concezione toponomastica prima detta
. Concezione che non prevede alcuni elementari e cruciali interrogativi.
Come: chi parla ancora di ingerenza umanitaria? Chi si è
posto seriamente il problema del Darfur? Può essere di sinistra
e comunque utile una posizione che si limiti a dire: no alla guerra?
Non c’è, forse, una qualche responsabilità dell’Europa,delle
democrazie, delle sinistre nel pensare che dopo l’11 settembre,
per combattere il terrorismo, ci si dovesse solo affidare al lavoro
delle intelligence (detto da noi, poi…) e al sostegno all’Islam
moderato? E che questo abbia finito con l’agevolare e legittimare
il “lavoro sporco” di Bush?
E poi: esiste o no – e grande come una casa e devastante come
una epidemia – il problema del terrorismo islamista?
E questo problema che resta drammaticamente non affrontato, o risolto
solo con l’astensione e col non-intervento, suggerisce un’altra
considerazione, ancora più significativa, pur se laterale.
Questo governo ha varato una legge orribile, che è la Bossi-Fini:ma
ha saputo portare a termine un’attività di regolarizzazione
degli stranieri irregolari che il centrosinistra non aveva saputo
fare: e, soprattutto, non aveva avuto il coraggio di fare. E, soprattutto,
ha avviato un’intensa relazione con singoli e gruppi di musulmani
italiani o stranieri residenti in Italia per dar vita a una consulta
islamica.E’ un passo assai importante; e lo sta facendo, con
grande intelligenza, va detto, un ministro del governo Berlusconi
non uno del governo Prodi o D’Alema o Amato.
Tutto ciò mi suggerisce tre rapidissime considerazioni finali,che
mi limiterò a esporre in forma di slogan.
- La cultura sinistrica ha esaurito, se non tutto, gran parte
del suo ruolo di innovazione e di emancipazione culturale e politica;
- Le grandi questioni radicali che dobbiamo affrontare affondano
le loro radici nella sfera dell’autonomia individuale e
non possono essere lette attraverso le tradizionali categorie
dell’estremismo sociale, collettivizzante e statalizzante.
Dunque, non possono essere in alcun modo appaltate a forze della
sinistra detta estrema, come Rifondazione o – peggio mi
sento – il Pdci.
- La prospettiva da verificare è quella di un governo di
maggioranza delle questioni radicali: un governo di maggioranza
(affidato al consenso e alla mediazione) di questioni che –
proprio perché hanno la loro fondazione nella sfera individuale
– sfuggono alle classificazioni convenzionali destra/sinistra
e moderati/estremisti. E questo ha conseguenze notevolissime anche
sulla configurazione politica e culturale del centrosinistra e
da ciascuna delle forze che lo compongono.
Per quanto riguarda i punti 1) e 2), non voglio dire in alcun
modo che i diritti degni di tutela sono esclusivamente quelli dell’individuo
né tanto meno che i diritti individuali possano ignorare
o fare a meno delle garanzie sociali e delle tutele collettive.
Assolutamente no: dico che le garanzie sociali e le tutele collettive
in società complesse e segmentate come le nostre vanno costituite,
anch’esse, a partire dalla sfera dei diritti individuali.
Si inverte, cioè, il processo di fondazione e di costituzione
dei diritti, ma anche quello di promozione, applicazione e implementazione
di essi. Ovvero dall’individuale al collettivo e non viceversa,
come è stato nel corso di duecento anni di storia del movimento
operaio.
Ma, su questo, c’è ancora moltissimo da lavorare.
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