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Cari amici,
Sono molto grato a Massimo per aver chiarito qualcosa che, nella
lettera di Gianni e Corrado, non mi era sembrato così chiaro.
Non dubito che Massimo abbia interpretato bene, ma credo che lo
abbia fatto leggendo oltre le righe, sulla base di un collaudato
rapporto di amicizia.
La lettera in questione diceva, in quello che mi è sembrato
il suo punto centrale:
“Bisogna invece partire da una vera e propria conversione
– tranquillizzatevi: in senso assolutamente laico –
verso un impegno nella società, caratterizzato dalle idee
fondamentali della responsabilità e della solidarietà,
in cui la pur legittima aspirazione all’autoaffermazione non
cancelli del tutto l’idea del servizio.”
Spiegava poi che a questo fine è necessario “costruire
una rete organizzata”, “puntare ad una cosa che esista
realmente” con “un pur minimo impegno finanziario (stabilito,
serio, proporzionale e costante ), per pagare qualcosa che assomigli
ad una sede e ad un servizio stampa.”
Secondo la vulgata di Massimo, quel documento
“propone più in generale una concezione della politica
alla quale ME dovrebbe ispirarsi.
Questa concezione prevede una sostanziale conversione della politica
da luogo di potere e di ambizioni ad esso finalizzate [...] a esperienza
in cui si rafforza la dimensione di un impegno condiviso, di una
responsabilità degli uni nei confronti degli altri, e che,
attraverso un forte impegno e una crescita collettiva, ‘contagia’
coloro ... che sono disposti”. In questo quadro l’attività
politico-elettorale va svolta ... non in nome, appunto, di un disegno
di potere personale o di gruppo, ma in una maturata ‘neutralità’
rispetto a logiche di mero potere, se non addirittura in una prospettiva
di servizio agli altri, tanto fervido quanto remoto dalle motivazioni
della politique politiciénne”.
Massimo dice che l’obiettivo proposto è ottimo, ma
di tempi lunghi. E intanto enumera i successi – che ci sono,
anche se inferiori alle aspettative – del ME in vari campi
politico-istituzionali.
Credo che le due visioni – quella della conversione e quella
dello sporcarsi le mani – siano già integrate in entrambi
i documenti. L’unica differenza è che Gianni e Corrado
sottolineano di più il tema della conversione (senza trascurare
gli aspetti politico organizzativi), mentre Massimo mette in evidenza
la necessità di stare concretamente sul terreno (senza trascurare
l’eticità del lavoro politico).
Se ho capito bene, non posso che essere d’accordo con entrambi.
Ma vorrei aggiungere una sottolineatura.
La mia opinione è che la conversione di chi fa politica sia
un obiettivo entusiasmante, che basterebbe da solo a giustificare
l’esistenza del ME. Senza una “ecologia della politica”
non ci può essere neppure una politica dell’ecologia,
né della sostenibilità. E’ chiaro che l’impegno
etico nel lavoro politico non può concludere necessariamente
al ritiro dai luoghi della battaglia politica: questa può
essere una scelta spirituale individuale, ma non una opzione moralmente
necessaria. Non c’è dubbio che ognuno ha la sua vocazione,
e chi ha la vocazione politica deve salvarsi l’anima facendo
politica.
Nella Bahagavad Gita, quando Arjuna vuol rinunciare a combattere
contro persone che stima nell’esercito avversario, anche se
stanno dalla parte sbagliata, Krisna lo richiama al suo compito:
tu sei un principe guerriero, il tuo compito è combattere.
“Compi l’azione, restando indifferente al risultato
dell’azione”. Può essere faticoso far politica
restando indifferenti al successo. Ma bisogna vedere di che successo
si parla: il convertito alla politica come responsabilità
sociale sa che il suo successo consiste nello stare in campo in
modo impeccabile (come direbbe Castaneda).
Da vari anni mi sto occupando di etica pubblica, e in particolare
di etica della politica. C’è un vasto dibattito fra
i filosofi nel mondo su questi temi, e da alcuni anni anche nel
nostro paese. Per impegnarsi utilmente su questi temi occorre una
piattaforma concettuale chiara, analisi imparziali e proposte praticabili.
Voglio toccare solo due aspetti: il primo è l’etica
del modo di stare in politica, individualmente e in gruppo; l’altro
è l’etica pubblica come progetto politico, cioè
come il progetto di favorire la rivalutazione dell’etica nei
comportamenti pubblici
a) L’etica del fare politica.
L’etica del fare politica può significare cose diverse
per le diverse persone, e occorrerà un criterio per decidere
quale sia il modo etico di comportarsi in un gruppo politico.
Per incominciare, occorre fare una distinzione fra la morale individuale
e la morale sociale. Non perché le verità morali siano
diverse per l’individuo e per la società, ma per rispetto
della difficoltà che nella nostra cultura sperimentiamo nella
ricerca di un punto di vista comune sulla morale. Non voglio dilungarmi
sulle dottrine etiche e in particolare sulla distinzione fra etica
intuizionista, oggettivista e proporzionalista. Osservo solo che
per il singolo, il bene morale ultimo può essere colto, dopo
una valutazione razionale, solo nella meditazione, nell’ascolto
di una voce interiore, quindi in modo intuizionista. Questo modo
però può portare a risultati diversi per le diverse
persone, e pertanto non si può applicare direttamente alla
morale sociale. In mancanza di un consenso generale sulla natura
delle cose, che consentirebbe di adottare un metodo oggettivista,
occorre attestarsi su un criterio proporzionalista. Che cosa significa?
Nel caso dell’etica pubblica, cioè nell’attività
di rilevazione, descrizione e prescrizione relativa a un ethos generale
della vita pubblica, si potrà individuare, attorno a un nucleo
centrale largamente condiviso, altri aspetti sui quali non si raggiunge
un consenso soddisfacente. Per passare dalle fasi della rilevazione
e della descrizione a quella della prescrizione (non certo prescrizione
giuridica, ma prescrizione etica in una cultura e società
date) bisognerà procedere attraverso la ricerca delle linee
di minor dissenso fra studiosi, operatori e cittadini.
Il venir meno della pretesa di trovare criteri morali universali
ha fatto sì che uno dei compiti dell'etica pubblica contemporanea,
forse il più importante, diventasse quello di regolare e
garantire la possibilità simultanea di stili etici divergenti.
Questo è essenziale in un gruppo politico che si proponga
di operare in modo etico.
Dobbiamo essere consapevoli che questa esigenza porta necessariamente
con sé un indebolimento del concetto di etica pubblica: non
si pensa più, sotto questa etichetta, ad un insieme di regole
e principi in grado di generare sempre la scelta corretta. L'idea
è piuttosto quella di uno “spazio pubblico delle etiche”,
di natura variabile a seconda delle circostanze, nel quale confrontare
ragioni e tecniche morali differenti. Si tratta di operare nello
spazio – in questo caso un triangolo - compreso fra le elaborazioni
teoriche della filosofia etica, le opinioni etiche più diffuse
tra i cittadini (o i componenti di un gruppo) e la prassi dei pubblici
poteri (o degli organi dirigenti del gruppo).
b) Un progetto politico per rafforzare l’etica pubblica.
Il pluralismo etico richiede un’intensa attività formativa
che, sia essa di tipo culturale, psicologico o religioso, implica
la partecipazione attiva del principio spirituale individuale. Mi
ha molto colpito il grido di allarme di un notissimo filosofo etico
americano, Gawthrop: “Non siamo più in grado di educare
persone capaci di trovare in se stesse la norma morale”. Proliferano
i codici etici, e persino le regole di applicazione dei codici etici...
e tutti si sentono liberi di aggirare le norme dei codici. Perché
la norma scritta si può sempre aggirare, a differenza della
norma scritta dentro di noi. Bisogna che le nostre società
imparino a educare persone capaci di pensare in proprio. Invece
quasi tutti siamo pronti ad accogliere criteri morali e sistemi
di valore dettati da persone di prestigio (scientifico, culturale,
finanziario, sportivo...) e da mezzi di comunicazione (giornali,
TV, film, fino alle opinioni da bar).
Concretamente, credo che occorra battersi per:
riprendere l’attività di educazione civica nelle scuole,
offrendo agli insegnanti una prospettiva di alto valore civile.
Come tra fine Ottocento e inizio Novecento ci fu l’epopea
dei maestri socialisti che si battevano per immettere nel circuito
democratico i ceti proletari attraverso l’alfabetizzazione,
così oggi c’è bisogno di un ceto insegnante
che riscopra la missione di educare a scoprire il criterio morale
in se stessi e a esserne orgogliosi;
ridare slancio alle attività di formazione politica in cui
abbia rilievo la formazione etica. Rimpiango le vecchie scuole di
partito, ma oggi dovrebbero essere profondamente rinnovate, a partire
dal prestigio da inculcare per una politica basata su valori. Non
ho dubbi che se la lotta politica avviene tra avversari dotati di
senso morale, il paese è migliore, chiunque vinca;
promuovere la fondazione di cattedre di etica pubblica nelle molte
facoltà in cui ancora non esistono. Da tempo vado perorando
la costituzione di cattedre di storia dell’etica pubblica,
ma per quanto ne so ancora non ne esistono. E in molte università
non ci sono corsi di etica pubblica, nemmeno negli indirizzi di
filosofia, dottrine politiche, diritto, economia...
verificare la qualità della formazione sulle dottrine etiche
offerta dalla Scuola superiore per la pubblica amministrazione,
in particolare nei corsi, obbligatori per contratto, per le nomine
dei dirigenti.
Ritenete che su questi temi possa aprirsi un dibattito nel ME?
Carlo Crocella |