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Liberismo, la sinistra si dimentica di Keynes
Piero Ostellino
In concorrenza fra loro e in competizione con il liberal-populismo
del centro-destra, la sinistra movimentista di Manconi (Verdi) e
quella riformista di Veltroni (Ds) propongono una rilettura della
realtà contemporanea in chiave individualistica. Una sorta
di disaggregazione, in "soggetti particolari" - gli utenti
di servizi pubblici e privati, i fruitori dell'ambiente, i consumatori,
i risparmiatori e quant'altri -, dei grandi "soggetti collettivi"
storici: la borghesia e il proletariato, i lavoratori e i datori
di lavoro, i ricchi e i poveri.
Manconi e i suoi si chiedono "che fare" per affrancare
la società civile da quel "soggetto collettivo"
per antonomasia che è lo Stato. E propongono una "terza
sinistra", né a sinistra di quella riformista (Ds),
né a destra di quella rivoluzionaria (Rifondazione). Nel
loro documento c'è più Tocqueville che Montesquieu;
più movimentismo e società civile che costituzionalismo
e Stato; c'è più Nozick, e lo Stato minimo, che Rawls,
e la teoria della giustizia. Il progetto riflette la cultura antistatalista
e antipoliticistica degli ambientalisti. E, perciò, mette
apertamente in discussione la forma tradizionale di organizzazione
della vita collettiva modellata sullo Stato e quella imperniata
sul concetto di rappresentanza politica.
Veltroni si chiede "che fare" per mettere il "soggetto
collettivo" per antonomasia, lo Stato, al servizio dei "soggetti
particolari". E propone anch'egli un'altra sinistra (la quarta?),
non solo oltre quella rivoluzionaria, ma anche quella socialdemocratica.
Nel suo Manifesto ci sono le stesse "citazioni" presenti
in quello di Manconi, ma la contrario: più Montesquieu che
Tocqueville; più neo-costituzionalismo e Stato che movimentismo;
più Rawls, e la teoria della giustizia, che Nozick e lo Stato
minimo.
Il progetto riflette la cultura statalistica e politicistica della
sinistra storica, sia rivoluzionaria che socialdemocratica. E, per
ciò, ricorda che "la libertà di scelta dello
stile di vita" dipende dalla capacità dello Stato di
diritto di adeguarsi al "cambiamento profondo delle strutture
portanti della nostra società".
Veltroni scrive che "le libertà si costruiscono non
solo con l'uguaglianza delle opportunità, non solo con la
correzione degli squilibri, ma anche offrendo opzioni di scelta".
Manconi è per incentivare tutte le politiche che accrescano
la capacità della società di soddisfare le proprie
esigenze senza intervento dello Stato il cui ruolo va ripensato:
da mero redistributore di ricchezza a redistributore di opportunità.
L'uno, invocando una nuova forma di riformismo che eviti l'insorgere
di occasioni di scontro fra "chi ha" e "chi non ha",
"chi sa" e "chi non sa", tipiche delle vecchie
società "di classi", sembra preoccupato di ridurre
il tasso di conflittualità presente nelle nostre società.
L'altro, invece, invocando una nuova sinistra capace di ridisegnare
il proprio ruolo anche su questo terreno, mette in conto una società
attraversata da conflitti.
A questo punto sarebbe facile fare dell'ironia sulla scoperta,
con qualche secolo di ritardo, da parte delle sinistre, del principio
fondante del liberalismo: la centralità dell'individuo rispetto
a tutto il resto. Ma sarebbe anche improprio. Meglio tardi che mai.
Piuttosto, a me pare che entrambe siano finite nello stesso "cul
di sacco" in cui ci sono anche i liberali storici: di proporre
una ideologia dei fini condivisibilissima, mutuata peraltro dai
classici del liberalismo, e non una cultura dei mezzi. Insomma,
di rispondere alla domanda "perché" occorra prendere
atto delle nuove condizioni storico, politiche e sociali, e non
alla domanda "come" porre rimedio, in concreto, qui, ora,
ai problemi che esse pongono.
Anche se, sarà bene ricordare che l'ultimo grande liberale
che ha risposto anche alla domanda "come" risolvere i
problemi del suo tempo è stato John Maynard Keynes. Ma né
Manconi, né Veltroni, con tutto il rispetto, mi pare abbiano
niente a che spartirci
..
Il Corriere della Sera
15 luglio 2000
[1] Non penso di essere il solo a essere profondamente colpito
nel leggere che la quota di reddito mondiale che va al 20 per cento
più povero della popolazione mondiale è scesa dal
2,3 all'1,4 per cento nel corso degli ultimi trent'anni, mentre
nello stesso periodo la quota del 20 per cento più ricco
è aumentata dal 70 all'85 per cento. Il rapporto tra la quota
dei più ricchi e quella dei più poveri è quindi
raddoppiata, da 30:1 a 61:1 (Human Development Report 1996)
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