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Francesco Fistetti
Il documento sulla terza sinistra, scritto da Luigi
Manconi, Eligio Resta, Massimo Scalia, Giuseppe Onufrio e Vittorio
Dini, pubblicato in Caffè Europa-Attualità,
rappresenta lo sforzo intellettuale più serio che in questi
ultimi anni sia stato prodotto nel nostro Paese in direzione di
un ripensamento critico delle ragioni di una sinistra
che, senza essere prigioniera dei dogmi e delle esperienze del passato,
sia in grado di coniugare lanalisi del presente e la prospettiva
pratico-politica. Se volessimo individuare un precedente di alto
profilo a questo documento programmatico, penserei immediatamente
al manifesto di A. Caillé, Trenta tesi per la sinistra (uscito
in italiano nel 1997), che però risentiva della situazione
francese e del dibattito ad essa legato (soprattutto per quanto
concerne il problema del reddito minimo garantito). Tanto più
apprezzabile appare questo documento sulla terza sinistra,
se guardiamo al paesaggio desolato a cui si è ridotta la
coalizione di centro-sinistra, al cui interno non cè
più traccia né di una riflessione teorico-politica
di lungo periodo né di una proposta di governo chiara e coerente
sul piano nazionale ed europeo. Anche qui la scellerata teoria
delle due sinistre gioca un ruolo regressivo e paralizzante,
perché impone alla discussione la camicia di forza di uno
schema binario ormai obsoleto in cui, a partire dagli stessi presupposti
epistemologici, si scontrano da un lato gli esponenti di una tradizione
(o di tradizioni) latamente riformista (riformiste)
e dallaltro coloro che o si richiamano nostalgicamente alla
memoria storica del movimento operaio o che identificano in nuovi
soggetti i portatori di un progetto rivoluzionario. E
inutile nascondersi che questa divisione è la causa principale
dellattuale impasse della sinistra italiana, che sempre più
viene percepita o come conservatrice rispetto agli equilibri
sociali, culturali ed istituzionali esistenti o come verbosamente
antagonistica ed estremista e, quindi, nientaffatto
fungibile in termini di soluzioni concrete. Il problema vero di
una terza sinistra, che rifiuta la concezione
toponomastica dello spazio politico ordinata lungo lasse
destra/sinistra così come esso si è venuto costruendo
lungo tre secoli di storia dello Stato moderno e della sua sovranità,
è esattamente quello di incrinare legemonia di una
cultura politica che è comune a queste due sinistre.
Per introdurre un cambiamento di paradigma, occorre cominciare a
parlare un nuovo linguaggio, che è quello dei diritti, dei
contenuti e dei soggetti dei diritti. La
somiglianza di famiglia delle due sinistre sta, infatti,
nellessere vincolati allo stesso gioco linguistico,
che in fondo è la spia di unattrezzatura concettuale
comune e di una comune prassi politica. Come afferma il documento
riprendendo una formulazione di A. Sen, si tratta di stabilire quali
sono i diritti fondamentali che una comunità politica deve
garantire come entitlement (titolarità) e come provisions
(risorse), sapendo bene che sono fondamentali quei diritti
che comportano il massimo di inclusività, cioè quei
diritti di cui il singolo non può isolatamente godere se
contemporaneamente non ne godono tutti gli altri (come laria
e lacqua). Per adoperare unespressione di E. Lévinas,
potremmo anche dire che, per essere autenticamente tali, i diritti
individuali devono essere diritti degli altri, in modo
da spezzare la logica utilitaristica ed atomistica delle preferenze:
prima che miei diritti, essi sono diritti di un terzo
o di terzi. Scrive, a questo proposito, il documento:Libero,
ognuno, di esercitare preferenze, ma libero, certo, di fruire (e
di contribuire) a risorse comuni, definite dagli ambiti dei beni
comuni. E vale per i beni fondamentali quello che vale per i diritti
fondamentali: si tratta di quei beni di cui non posso individualmente
godere se nello stesso istante non ne godono tutti gli altri (la
vita, lambiente, linformazione, listruzione).
Aggiungerei soltanto che in questa prospettiva la grammatica dei
diritti individuali incorpora unobbligazione verso gli altri
che non sono solo i nostri vicini nel senso dellappartenenza
culturale o della cittadinanza -, ma anche i più lontani
dal punto di vista geografico, generazionale, delle forme di vita,
delle visioni del mondo e così via. Senza questo principio
di auto-obbligazione (o, come potremmo anche chiamarlo, di responsabilità),
non sarebbe possibile nessun concetto di vincolo e nessun
concetto di limite. Voglio dire che non basta, come
suggerisce il documento, incidere sul mercato ed orientare le preferenze
del consumatore (come nellesempio della promozione di produzioni
biologiche) e, quindi, entrare in conflitto, là dove è
necessario, con le decisioni economiche sviluppiste
dei governi nazionali o degli organismi di governo planetario
(il FMI o la Banca Mondiale). Un ecologismo critico, che aspiri
a definire i criteri paradigmatici di una sinistra nuova allinsegna
del superamento del conflitto tra liberalismo e comunitarismo,
non può accontentarsi semplicemente di incorporare la questione
ambientale nella logica economica data (eco-efficienza e/o commercializzazione
dei diritti dinquinamento). Deve necessariamente,
pur rifiutando scelte pauperistiche, elaborare unetica dellautolimitazione,
di una libertà che limita se stessa e si autogoverna. Beninteso,
la questione non è quella di un astratto imperativo categorico
di stampo kantiano, che in quanto tale valga sul piano della morale
individuale (e della sua capacità di universalizzazione).
Elaborare unetica della specie unetica ecologica
- che sia allaltezza di quelli che il documento definisce
beni indisponibili concernenti le strutture fondative
della persona e del mondo fisico, richiede forse qualcosa
di più della rivendicazione della sovranità
dellindividuo (o degli individui). Così espressa
nella formulazione abbreviata che il documento adopera, cioè
meno cittadinanza e più sovranità -, questa
proposta sembra alludere ad un mero rovesciamento della logica statocentrica
in una soggettocentrica. Un egoismo maturo o un individualismo
generoso non può non contenere un principio di responsabilità
e di solidarietà, tale che assegni ai diritti individuali
un valore universalistico e alle differenze (etniche, identitarie,
sessuali, ecc.) lo statuto di una finitezza consapevole dei propri
limiti e perciò aperta allo scambio dialogico e alla logica
del dono. Ma il problema politico fondamentale è di tradurre
in termini istituzionali questa istanza di carattere etico, dal
momento che lorizzonte temporale in cui funzionano le odierne
democrazie liberali è un orizzonte ristretto (elezioni ogni
quattro o cinque anni), con la conseguenza inevitabile che i programmi
delle élites politiche nazionali assumono il breve-medio
periodo come asse privilegiato della loro azioni di governo. A questo
punto incontriamo lesigenza non solo di una Costituzione europea
che sganci la tutela dei diritti dalla cittadinanza, ma soprattutto
di istituzioni democratiche sovranazionali capaci sia di svolgere
un forte ruolo di terzietà nella soluzione dei
conflitti, sia di assumere in un orizzonte temporale più
lungo le grandi questioni dal lavoro allinformazione
- e le sfide planetarie che come quella dellambiente le democrazie
e gli Stati nazionali non riescono ad affrontare adeguatamente.
Qui si ripresenta in tutta la sua rilevanza politica la questione
dellobbligo, nel senso che prima o poi e forse sotto
la minaccia di catastrofi incombenti dovremo giungere alla
convinzione che la tutela dei beni indisponibili richiederà
la pattuizione di regole di comportamento universali, valide per
tutti gli Stati nazionali, così come è avvenuto per
i cosiddetti parametri di Maastrich. Tra le tante lezioni di Seattle,
da cui una terza sinistra può nascere, è
quella di cominciare a proporre una Dichiarazione dei doveri
dellumanità, analoga e simmetrica a quella dei
diritti umani.
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