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Sinistra, l'ultima terza via
Ida Dominijanni
In un lungo documento che circola da qualche settimana e si può
leggere nel sito della rivista Caffè Europa (www.cafféeuropa.it),
Luigi Manconi, Eligio Resta, Massimo Scalia, Vittorio Dini e Giuseppe
Onufrio provano a delineare il profilo politico e culturale di una
"Terza sinistra" offrendo così il loro contributo
alla discussione sulle sorti della sinistra, del centro sinistra
e del riformismo italiani. "Terza sinistra", come gli
autori stessi ricordano, è il termine già adoperato
da Daniel Cohn Bendit per definire su scala Europea "un luogo
in cui pensare e vivere diversamente la politica"; termine
che qui da noi può assumere particolare pregnanza per contestare
quella scellerata teoria e pratica delle "due sinistre"
- una di governo l'altra di opposizione, una moderata l'altra antagonista
- che nell'ultimo decennio ha bloccato e ossificato la pluralità
della sinistra italiana, sottintendendo il "falso storico"
per cui l'unica sinistra italiana sarebbe stata quella rappresentata
dal Pci, una fino all'89 e due dalla nascita del Pds e dalla scissione
di Rifondazione in poi, e occultando così le tradizioni minori
ma non minoritarie che hanno abitato la sinistra italiana fra anni
Sessanta e anni Settanta. Non solo. La "terza sinistra"
non si limita ad aggiungersi alle altre due, ma ambisce a contestarle
nella loro matrice comune, che è l'adesione a una visione
statocentrica, se non statolatrica, della politica, opponendole
una cultura orientata alla società più che allo stato,
ai bisogni e ai diritti più che ai poteri, all'autonomia
e alle autonomie più che all'autorità, al comando
e alla burocrazia del centro.
Nella buona sostanza, la "terza sinistra" si configura
come una sinistra che mette al centro l'individuo e la sua libertà
(anzi, la sua "sovranità" su se stesso e sulle
proprie scelte di vita) e intende lo spazio pubblico per l'appunto
come "comunità di individui", sulla quale uno stato
leggero mantiene solo alcune funzioni regolatrici e garanti dell'uguaglianza
di accesso alle risorse e alle prestazioni sociali. A monte di questa
scelta c'è l'analisi della globalizzazione che mette fine
all'ordine statuale moderno che si definisce in Europa nel Seicento
con la pace di Westfalia e di cui la sinistra egemone è figlia;
a valle, c'è la necessità di rideclinare le tradizionali
priorità della sinistra statalista (primato dei diritti sociali
sui diritti individuali, della sfera pubblica sulla sfera privata,
del centro sulla periferia, delle istituzioni sui movimenti, della
mediazione sul conflitto), invertendole o reimpostandole.
I nemici da combattere sono il "fondamentalismo capitalistico"
d'inizio millennio e il liberismo che riduce la libertà a
egoismo economico; i punti di leva le istanze "di rivolta latente
e atomizzata contro l'inaccettabile" (lo sguardo è al
movimento di Seattle, ma con la consapevolezza della sua irriducibilità
alla forma-movimento tradizionale); l'obiettivo primo è l'affermazione
e l'allargamento su scala planetaria dei diritti fondamentali della
persona (a partire dal diritto all'ambiente e allo sviluppo sostenibile),
oltre quel perimetro della cittadinanza che, anch'esso figlio dello
stato moderno, da molla di inclusione sociale va trasformandosi
nel mondo globale in barriera di esclusione.
L'impianto del testo, interessante e per molti versi condivisibile,
si presta a due ordini di critiche. Della prima si fa portatore
Norberto Bobbio, in un intervento su Caffè Europa anticipato
sabato scorso su Repubblica: troppo antistatalismo, rimprovera il
filosofo liberale ai cinque autori, giacché "la funzione
dello stato è ancora attuale nell'età della globalizzazione
selvaggia, in cui il potere unificante rischia di diventare sempre
più quello dei grandi gruppi economici e finanziari, ancor
meno controllabili degli stati sovrani". Non solo: il primato
dei diritti individuali sui diritti sociali proposto dal testo in
polemica con la tradizione della sinistra dimentica che "i
diritti sociali, che sono entrati a far parte delle costituzioni
moderne, non sono un'aggiunta superflua e addirittura ingombrante,
bensì la condizione necessaria per una maggiore garanzia
dei diritti individuali: una persona malata che non può disporre
di un servizio sanitario nazionale è meno libera di una sana".
Così sul versante dello stato. Ma le cose non sono meglio
risolte sul versante dell'individuo. Pur avendo in mente i popoli
lontani e le generazioni future, il testo guarda soprattutto, né
potrebbe fare diversamente, a quell'individuo complesso delle democrazie
tardocapitalistiche che le forme organizzate della politica tradizionale
non riescono più a mobilitare: soggettività pluridimensionali
in cui contano il corpo, il sesso, il genere, la generazione, le
appartenenze etniche e religiose, che domandano alla sinistra nozioni
di "uguaglianza complessa" e di "libertà matura";
e chiedono alla politica di sapersi fare "agente di collegamento
e mezzo di comunicazione", abbandonando la sua tradizionale
vocazione autoritario-paternalistica a favore di una mediazione
orizzontale e "fraterna". Senonché questo individuo
complesso e pluridimensionale, come insegnano le vicende e molta
teoria politica d'oltreoceano, non si lascia ridurre né ricondurre
alla grammatica dei diritti, che tende a sezionarlo per dilemmi
paradossali (l'universalismo contro l'appartenenza etnico-culturale,
la parità uomo-donna contro la differenza sessuale, la privacy
contro la libertà telematica e chi più ne ha più
ne metta) più che a potenziarne la sovranità. Stato
e individuo sono due invenzioni coeve della modernità, che
insieme si tengono e insieme cadono. Se da astratto che era quell'individuo
diventa incarnato - uomo e donna, bianco e nero e giallo e via dicendo
- non basterà sostituire a una mediazione paternalistica-patriarcale
una mediazione fraterna-fratriarcale (su una linea sempre rigorosamente
maschile s'intende) per riconquistarlo - e soprattutto riconquistarla
- al progetto politico di una sinistra prima, seconda o terza che
sia.
Il Manifesto
27 giugno 2000
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