| Articolo di Massimo
Scalia per Lettera Internazionale.
UNA PREMESSA
Nella foresta di Teotoburgo, trafitta da pallidi raggi di sole,
un gruppo di giovani donne e uomini passeggiano discutendo. I loro
discorsi non evocano, ancorché ne siano quasi tutti consapevoli,
i lamenti delle distrutte legioni di Varo e gli incubi di Augusto,
ma, un po’ in inglese, un altro po’ in francese, pochissimo
in tedesco, risuonano frasi il cui nesso comune si potrebbe ravvisare
in un formulazione non certo chiarissima, ma almeno sintetica: “passaggio
dalla centralità operaia alla centralità ambientale”.
Nei primi di novembre del 1979 un ministero della Germania Ovest
- il dipartimento informazione del ministero dell’Istruzione?
- aveva invitato presso l’università di Bielefeld (vicina
alla foresta di Teotoburgo) i rappresentanti dei movimenti ambientalisti
e antinucleari di vari Paesi europei ad un incontro di discussione
e di confronto; la presenza ministeriale era pressoché inavvertibile
e i lavori erano stati organizzati dai convenuti con grande libertà.
Eravamo all’indomani delle bürger initiativen, che avevano
mobilitato molti cittadini nei Länder tedesco-occidentali,
e già ci si interrogava in saggi sociologici che prospettavano
l’esistenza di un movimento degli “inquilini degli attici”.
Infatti, a partire dalla “delegazione” italiana - Gianni
Mattioli e me - la composizione sociale del gruppo di Bielefeld
era di ceto medio decisamente acculturato; magari senza attico,
ma animati da una forte soggettività che, tradotta in slogan,
suonava: “Cambiare il mondo a partire dall’ambiente”.
Preso atto che il vecchio sogno di porsi “a fianco”
della classe operaia in marcia per superare “lo stato borghese”
era ormai tramontato, restava pur sempre l’esigenza di “cambiare
lo stato presente delle cose” e capire come e, appunto, a
partire da dove.
Ipotesi e prospettive di quei giorni sarebbero echeggiate vent’anni
dopo, con non troppe variazioni, nella proposta di una “terza
sinistra” o gauche pluriélle avanzata da Daniel Cohn-Bendit,
approdato nel frattempo anche lui sulle sponde ecologiste. La nascita
dei vari movimenti “verdi” europei, alcuni avevano già
iniziato a praticare esperienze politico-elettorali, è infatti
segnata da una comune visione “di sinistra”, ma in un
senso fortemente innovativo, su cui tornerò tra poco, e con
una differenza assai interessante proprio del caso tedesco. Lì
va infatti segnalato l’apporto della cultura di settori del
protestantesimo che, in ogni caso, si collocavano certamente in
un contesto “democratico” se non “progressista”;
e il confronto che vari anni dopo dividerà i Grünen
tedeschi tra realos e fundis sulla questione del partecipare, prima,
alle elezioni politiche federali, poi e più duramente, sulla
presenza nel Governo tedesco evidenzia, caso mai e procedendo un
po’ a sciabolate, più atteggiamenti politici extraparlamentari
e anarchizzanti che non un rifiuto della politica in nome di una
visione “arcadica” o di un interesse puramente “naturalista”
o “naturista”.
LA RADICE DEI MODERNI MOVIMENTI VERDI E’ DI SINISTRA,
CON ROTTURE E INNOVAZIONI
L’insistenza su questa radice “di sinistra”,
se non altro dei gruppi dirigenti di quella che poi sarebbe stata,
fenomeno nuovo e generale in tutta Europa - per davvero dall’Atlantico
agli Urali -, la presenza politico-elettorale dei Verdi, non è
gratuita.
E’ possibile, almeno in astratto, che il pensiero e il movimento
ecologista abbiano componenti e elementi di destra - e, ad esempio,
Alex Langer aveva valorizzato molto la vittoria nel 1982 del referendum
di Zwetendorf, che aveva cancellato dall’Austria le centrali
nucleari grazie a un massiccio apporto di voti conservatori -, ma,
nella sua realizzazione moderna, quella che ha portato alla costituzione
dei movimenti politici e dei partiti Verdi non solo in Europa ma
in tutto il mondo, non è stato in generale così, basti
guardare poi alla collocazione di questi partiti e movimenti.
Talora, scavalcando le banalità di Hitler che amava i cani
e altre stupidaggini di ugual peso, c’è un onesto tentativo
di ricostruire nel percorso della storia del pensiero segmenti e
filoni ecologisti, che possono, ovviamente, configurare elementi
di conservazione nel rapporto uomo/natura. Su questo tornerò
più avanti; mi si sia solo permesso di suggerire a questi
ricercatori che una parte dell’ambientalismo italiano, ad
esempio quello che è stato denominato “ambientalismo
scientifico”, se deve trovare qualche consonanza forse la
trova, più che con qualche malinconico pensatore nordeuropeo,
con una “linea” che da Democrito passa per Epicuro e
per il più bello, e insuperato, poema “scientifico”
- il De Rerum Natura di Lucrezio - ; cioè con quell’
“atomismo” che ha fornito alla concezione materialistica
della Storia, fino ai giorni nostri, un contributo incorruttibilmente
ma non rozzamente materialista.
C’è una posizione più sottile, più filosofica,
talvolta “molto di sinistra”, che scuote il capo di
fronte alla “sostenibilità” - il verbo comune
di tutti gli ecologisti, peraltro oggi recepito in Europa nei principi
del diritto comunitario - e ci critica, con garbato pedagogismo,
per non essere rimasti ancorati nell’alveo del pensiero marxista.
Una diffidenza, e una sostanziale accusa di ambiguità, ha
pervaso per un lungo tratto l’atteggiamento dei partiti e
di molti intellettuali della sinistra; sicuramente in Italia. Ed
è pour cause. I Verdi si erano infatti presentati sulla ribalta
politica esordendo, un po’ in tutti i Paesi, con quel: “né
di destra né di sinistra”, che è stato usato
dalla parte più burocratica e conservatrice delle sinistre
come ottimo alibi per fingere di non capire, e, spesso di non capire
davvero, che cosa si volesse intendere. E pensare che un monolitico
conservatore come il leader della CDU bavarese, Strauss, si era
incaricato per tempo di segnalare che “i Verdi sono come le
angurie: verdi fuori e rossi dentro”. E pensare che in Italia
fin dai suoi primi passi politici il movimento “verde”,
inizialmente delle “Liste Verdi”, aveva assunto e metabolizzato
quella metafora che con Alex Langer avevamo molto diffuso, una sorta
di proporzione: “Il movimento ecologista sta al movimento
operaio come il Nuovo Testamento al Vecchio Testamento”.
In realtà quello che dava fastidio a molta sinistra era proprio
quel carattere innovativo di cui parlavo all’inizio, che si
traduceva nelle irritanti domande: “Le centrali nucleari sono
di destra o di sinistra? Promuovere cemento e asfalto - strade,
autostrade, bretelle, grandi opere pubbliche - è di destra
o di sinistra?”. E poi quella, forse la più decisiva,
sulle radici stesse dell’economia classica (ricordiamo, nel
sesto libro “inedito” del Capitale, tra le altre cose,
l’inno entusiasta di Marx al “consumo produttivo”
e alla “produzione consumatrice”?) e alla quale anche
oggi il coro unito dei leader di partito, da Bertinotti a Fini,
dà la stessa risposta. “Per superare la crisi e rilanciare
l’economia bisogna rilanciare i consumi, anche quelli individuali”.
E questo è proprio in antitesi col pensiero ecologista, che
si è modulato ovunque non solo in Italia - non mi stanco
della ripetizione -, attorno a dei capisaldi dei quali, seppure
a volo di rondine, dovrò fare menzione.
Il primo riferimento “obbligatorio” per gli ecologisti
è il concetto di limite nello sviluppo. I “Limiti dello
sviluppo”, il rapporto commissionato dal Club di Roma al Massachussetts
Institute of Technology, venne presentato nel ’72. Quel rapporto
proponeva un modello “globale” che cercava di quantificare
i trend di crescita per tutto il Pianeta in funzione del tempo,
di associare cioè all’evoluzione dei fenomeni cifre
e comportamenti matematicamente definiti: il risultato era costituito
dalle famose curve a campana, che descrivevano, appunto, l’andamento
temporale dei fenomeni. Sia che la modellizzazione venisse fatta
con pochi parametri - il tasso demografico, il tasso di consumo
delle riserve alimentari, il tasso di consumo energetico, il tasso
di incremento dell’inquinamento - o si ricorresse ad un modello
più sofisticato e con un maggior numero di parametri, l’esito
era in ogni caso rappresentato da queste curve a campana, che, avendo
a mente il grafico che le rappresenta, segnano con l’intersezione
con l’asse dei tempi la “morte” del sistema.
Da un punto di vista strettamente scientifico non c’era molto
da meravigliarsi: si tratta delle ben note curve “logistiche”,
che si presentano in ogni trattamento di stock finiti. Molte obiezioni
vennero invece avanzate sulla indisponibilità di dati fondamentali,
che inficiava la stabilità e la validità delle previsioni,
costituendo spesso quei dati le condizioni iniziali per il sistema
di equazioni del modello. In Italia, poi, era in corso un vivace
dibattito nella sinistra, che, seppur con molti anni di ritardo,
metteva in discussione la “neutralità” della
scienza e l’ “oggettività” del sapere scientifico1:
figurarsi chi sarebbe stato disposto a giurare sull’oggettività
di quelle curve!
Critiche assai più pesanti furono avanzate dagli incessanti
cantori delle “magnifiche sorti e progressive”, gli
uni per ricordare che l’attenzione all’ambiente andava
posposta a quella per gli uomini, gli altri con accuse di catastrofismo
che non vale neanche la pena riportare. Nonostante le critiche,
o forse per le critiche, il rapporto del MIT ebbe l’indubbio
merito di innescare in tutto il mondo, non solo in quello scientifico,
il dibattito attorno a un interrogativo salutare: “Non è
che si sia superato il livello di guardia e ci si stia incamminando
lungo percorsi irreversibili?”. E non è davvero scorretto
collocare quel rapporto, e “Primavera silenziosa” scritto
pochi anni prima dalla Carson, come passaggi obbligati del moderno
ecologismo.
Alcuni economisti presero atto del problema e uno di loro, Kenneth
Boulding, propose, sul finire degli anni ’70 una delle metafore
più efficaci a tradurre la concezione del limite: il dover
passare, l’uomo sulla Terra, dall’ “economia del
cow boy” - risorse illimitate, irrilevante l’inquinamento
prodotto - all’ “economia della navicella spaziale”,
dove le risorse sono limitate e ogni intervento va programmato con
intelligente anticipo per non mettere a repentaglio la vivibilità
degli occupanti e la “navicella” stessa. E del resto,
le proposte ZEG (Zero Economic Growth) furono una risposta quasi
immediata ai “limiti dello sviluppo”; e, più
avanti, sempre sul terreno economico, venne ipotizzata da Herman
Daly una dinamica economica di “stato stazionario”2.
La concezione del limite, della quale Malthus, che aveva posto
il problema della limitatezza delle risorse a fronte della crescita
in progressione geometrica della popolazione (Saggio sul principio
della popolazione, 1803), può essere considerato a pieno
titolo un precursore, è sicuramente una base condivisa dalla
cultura dei Verdi in tutto il mondo, ma ci sono altri punti da ricordare,
sui quali sarò ancor più sbrigativo: la questione
delicatissima dei rapporti tra pubblico, privato e mercato.
Questi oggetti non possono essere più guardati con la lente
liberista o marxista, ma devono venir esaminati secondo i criteri
del controllo ambientale. Il mercato è diventato “globale”
e di tutto, anche degli organi dei bambini e del narcotraffico.
Di fronte ai suoi orrori, a una sorta di selvaggia vitalità
darwiniana, è più utile porsi in modo pragmatico e
vedere come intervenire, come limitarne le aberrazioni: il controllo
ambientale diventa uno dei punti di forza, che ha avuto e ha, come
vedremo, anche attuazione a livello delle politiche nazionali e
delle politiche mondiali e diventa, ovviamente con contrasti enormi,
uno degli elementi regolatori del mercato. Connesso a ciò,
una battaglia culturale, sociale e politica sicuramente di lungo
periodo: se si vuole incidere sul mercato bisogna orientare le preferenze
del consumatore, fornendogli, a questo scopo, informazione e organizzazione.
Il pensiero verde rinuncia, senza più esitazioni, a porre
il problema dell’economia nei termini della necessità
di forzare la cittadella dei “rapporti di produzione”
per arrivare all’abolizione della proprietà privata
dei mezzi di produzione; proprio per questo segna un altro punto
di discontinuità rispetto alle contraddizioni dei seguaci
del “Vecchio Testamento” marxista.
Nonostante lo Stato sia, nella vulgata marxista, espressione e traduzione
dei rapporti di forza tra le classi e ne sia prevista, in prospettiva,
l’estinzione; e nonostante le prove di sé che ha fornito
l’economia statalizzata non solo nei Paesi del “socialismo
reale” ma anche qui da noi, si ama confondere “Stato”
con “pubblico”, “interesse pubblico” e,
con una sorta di tic, ritenere che pubblico sia comunque meglio
di privato. Anche qui, pensiero e pratica ecologisti entrano in
conflitto con vecchi ideologismi di sinistra, essendo molto più
interessati a definire e attuare con rigore, ad esempio nel settore
dei servizi, norme, controlli e strumenti pubblici in grado di garantire
alla domanda - acqua, rifiuti, energia, trasporti ecc. - , una qualità
di risposta che può tranquillamente venire da una gestione
dei privati.
Un altro leit-motiv della concezione ecologista è l’incremento
della produttività delle risorse; che vuol dire usarle in
modo più efficiente limitando, quindi, il loro consumo.
La questione energetica fornisce di ciò un drammatico esempio
su scala planetaria e, il lettore perdonerà l’ulteriore
inciso, una vista profonda sulla “sostenibilità”.
Negli ultimi trent’anni, l’Occidente sviluppato, il
mondo tecnologicamente avanzato ha perso la bellezza di circa sette
punti in termini di efficienza energetica globale. Questi sette
punti sono, all’ingrosso, 400 milioni di Tep (tonnellate di
petrolio equivalente) in termini di energia che sprechiamo, che
è circa il doppio di quello che potremmo avere annualmente
dall’Iraq quando venisse rimosso l’embargo. E poiché
la costante delle guerre in Medio Oriente degli ultimi trent’anni,
al di là degli altri importanti motivi che tutti conosciamo,
è sempre stata il controllo dei flussi delle materie prime
e dei prezzi del greggio, il fatto che noi, i Paesi avanzati, ci
siamo resi colpevoli di questo spreco, e a questi livelli quantitativi,
induce ad amare domande. E’ sostenibile un mondo, nel quale
lo scambio ineguale, la spoliazione costante delle risorse operata
dal Nord ai danni del Sud del Mondo - il 13% della popolazione che
consuma quanto l’altro 87% - , richiede non una libertà,
ma una guerra “senza fine”?
Per questo la cultura dell’uso efficiente, dell’incremento
della produttività delle risorse è fondamentale; inducendo
ad eseguire analisi capillari dei sistemi economici e sociali, a
fornire gli elementi critici e a razionalizzare, eliminando il più
possibile gli sprechi.
Ed è una risposta molto forte, proprio sul terreno del conflitto
sociale, a chi da anni ripropone ossessivamente l’incremento
della produttività del lavoro: due visioni in qualche modo
antitetiche, che vanno confrontate e valutate nelle loro implicazioni
teoriche e sociali.
L’ultimo punto, assai più recente, consente però
di tornare ad una delle prime e più felici formulazioni dell’ecologismo:
“Pensare globalmente, agire localmente”. Quello che
oggi viene chiamato, con cacofonico neologismo, “glocal”
è la risposta ecologista alla globalizzazione intesa come
- procediamo un po’ per slogan -“supermercato mondiale”,
pensiero unico, cittadino a una sola dimensione, quella del compratore.
Glocal vuol dire un recupero, anche e soprattutto in chiave economica,
delle risorse locali dalla cultura alle produzioni tipiche; di tutte
le cose di cui si dispone localmente, e per le quali c’è
oggi un’incredibile occasione di valorizzazione, tramite la
rete globale di comunicazione, che prima non era neanche lontanamente
pensabile.
I FRUTTI DEL PENSIERO ECOLOGISTA
Il sottolineare alcuni dei punti condivisi dell’ideologia
ecologista è motivato, non sono il solo a ritenerlo, dalla
straordinaria efficacia che essi hanno avuto almeno in due direzioni:
nuove concezioni nel campo stesso della cultura e del modo di guardare
alla realtà; decisivi orientamenti e realizzazioni politiche
a livello mondiale e nazionale. Sulla base di questo è forse
legittimo lanciare il guanto di sfida a trovare nella storia un
altro movimento che, nel giro di trent’anni, sia stato capace
di suscitare analogo dibattito e, soprattutto, di iscrivere i suoi
temi nell’agenda politica e nelle decisioni dei Governi del
Mondo.
Per quel che concerne il primo risultato, invece di citare la scuola
di Bruxelles e il Nobel per la Chimica Ilya Prigogine, o i “nuovi
biologi”, o Gregory Bateson, Vandana Shiva, Wolfgang Sachs,
Georgescu Regen, o Lovelock e il suo “mito” di Gaia,
o l’avvincente e ultra decennale dibattito sui cambiamenti
climatici che ha portato l’Accademia delle Scienze degli Stati
Uniti a pronunciarsi nel 2002, in patente contrasto con l’amministrazione
Usa, sulla gravità della situazione, o i tanti altri che
in questi anni si sono impegnati nei diversi comparti scientifici
e nell’economia, vorrei riferirmi soltanto a due nomi, forse
più familiari ai lettori di questa rivista: Ulrich Beck e
Hans Jonas. Il primo riconosce, siamo a metà degli anni ’80,
nelle “società del rischio” 3 quell’incertezza
che colpisce tutto. Colpisce anche la scienza, che non sa ricomporre
in una sintesi unitaria fenomeni complessi e che avanza esibendo
punti di vista diversi: non più al di sopra delle parti,
contribuisce a una sorta di crisi ansiogena che pervade le nostre
società. Sono pagine che sono state vissute prima, e in prima
persona, da tutti gli ambientalisti che si sono battuti in tutto
il mondo contro le centrali nucleari e i grandi impianti “a
rischio di incidente rilevante” (Seveso, Bhopal, Cengio, Ciba-Geigy,
e via in un elenco infinito).
Il secondo, alla fine degli anni ’80, nel suo libro: “Principio
di responsabilità - Un’etica per la società
tecnologica” avverte il salto tra quando l’uomo impattava
sulla natura in maniera tutto sommato “morbida” e il
momento in cui, e possiamo partire dal XVIII secolo, le attività
dell’uomo rappresentano, e in modo accelerato, una sempre
maggior perturbazione dei grandi cicli naturali. Tutto si sconvolge
e addirittura, da un punto di vista filosofico, si pone il problema
di una responsabilità morale da parte dell’uomo nei
confronti della biosfera; che ha come corrispettivo, dall’altra
parte, dalla parte dell’uomo, la nostra responsabilità
nei confronti delle generazioni future per la Terra che consegneremo
loro. Tematica, questa del rapporto uomo/natura e proprio secondo
queste prospettive, che, come avevo anticipato all’inizio,
è uno dei leit-motiv del movimento ecologista fin dal suo
sorgere.
Sul piano dell’incidenza politica, ci si riferisca al percorso
che dalla Convenzione di New York del ’92, e dalla Conferenza
mondiale che nello stesso anno si tiene a Rio de Janeiro, porta
fino a Kyoto, alla fine del ‘97 e all’ormai celebre
Protocollo. Parole vagamente esoteriche come effetto serra, buco
dell’ozono, desertificazione, distruzione delle grandi foreste
pluviali, diversità biologica diventano temi di dibattito
generale, arrivano fino all’uomo della strada ed esplicitano
la loro valenza politica, economica e sociale: è infatti
il come si produce e che cosa si produce, il come si consuma e che
cosa si consuma che viene messo in discussione e che vede il conflitto
aperto tra i Governi del Pianeta. Oggi, quasi sei anni dopo, se
la Russia ratifica il Protocollo, come annunciato a Johannesburg
(agosto 2002), esso potrà entrare in vigore, anche senza
la ratifica finora rifiutata da Paesi come gli Stati Uniti e il
Giappone, con conseguenze epocali sul piano ambientale, sociale
e dell’economia.
LA VICENDA POLITICA ITALIANA DEI VERDI
Era assolutamente necessario rappresentare, seppure con molte ellissi
e talune affermazioni purtroppo sbrigative, il quadro più
generale di una cultura elaborata e condivisa, nei suoi tratti fondamentali,
da tutti i movimenti ecologisti europei, dai partiti Verdi, per
sottrarre il dibattito sul caso italiano alla miseria della domanda:
“Come mai i Verdi hanno buoni risultati elettorali quasi dappertutto,
tranne che in Italia?”. La domanda esige una risposta, che
va però assolutamente collocata nel contesto più generale
che ho cercato finora di delineare: vivaddio, non di sole percentuali
elettorali vive l’uomo!
E c’è subito da precisare, rispetto alla domanda, che
di risultati politici di grande rilievo per tutto il Paese i Verdi
italiani ne hanno ottenuti assai di più degli altri Verdi
europei, anche se magari poco noti o caduti nell’oblio. Si
può esibirne uno schematico elenco; sui magri risultati elettorali
dirò subito dopo.
L’Italia è l’unico dei “grandi”
Paesi, quelli del G7 divenuto poi G8, che ha chiuso con l’energia
nucleare. Dieci anni di battaglie ambientaliste portarono dopo Cernobyl,
ma la nube radioattiva era piovuta su tutta Europa, al referendum
del novembre ’87. Referendum ottenuto e vinto; falsa però
la proposizione che esso sia stato sufficiente a bandire le centrali
nucleari, come spesso si afferma. La risposta del Governo di allora
fu il “limitato presidio nucleare”: vale a dire, si
prosegua con il reattore di Montalto di Castro, che aveva superato
il 75% nello stato di avanzamento dei lavori, e si riapra la centrale
di Corso.
Digiuni, manifestazioni, scontri del gruppo Verde al suo debutto
nel Parlamento italiano, i deputati Verdi a guidare sei, sette blocchi
della centrale di Montalto, la caduta di un Governo - quello Goria
nel marzo dell’’88 - proprio sulla vicenda nucleare
e il definitivo abbandono del reattore di Montalto per una megacentrale
tradizionale: tre anni di battaglie dei Verdi nelle istituzioni
portarono, nell’agosto del 1990, alla delibera con cui il
Cipe chiudeva e metteva in custodia tutti gli impianti nucleari.
In un Paese il cui territorio è stato reso fragile dalle
spoliazioni che ha subito nei secoli, nel Paese della 50.000 frane
e smottamenti denunciati negli anni ’70 dall’indagine
di De Marchi, la difesa del suolo dovrebbe essere un punto cardine
non tanto e non solo delle politiche ambientali, quanto delle politiche
economiche. Dopo incessanti battaglie, in Parlamento e nelle Assemblee
regionali dove i Verdi avevano avuto accesso, dopo decine di migliaia
di miliardi spesi per tamponare i disastri causati dalle alluvioni
- e le puntuali denunce ecologiste -, la difesa del suolo diventa
finalmente coi Governi dell’Ulivo, dal 1996 al 2001, un obiettivo
prioritario di politica economica, al pari delle grandi infrastrutture,
per il quale vengono stanziate nelle leggi finanziarie molte migliaia
di miliardi di vecchie lire.
In questo clima di generale rivalutazione del territorio che i Verdi
ripropongono costantemente, si afferma anche il principio che prima
di nuove abitazioni (in un Paese che ha a disposizione 100 milioni
di vani, di cui 40 milioni non occupati), prima di nuove e costose
opere pubbliche - en passant, all’origine di molti episodi
di corruzione indagati da “Mani pulite” -, che spesso
hanno effetti devastanti sull’ambiente, si dia corso a quella
che il pur cauto premier Prodi definisce con entusiasmo: “la
manutenzione dell’Italia”. Diventa articolo della Finanziaria
’98 la proposta dei Verdi di una sostanziosa detrazione dall’Irpef
per le spese di ristrutturazione delle abitazioni. Si aprono oltre
un milione di cantieri per un giro di oltre 20.000 miliardi di lire
e nuove decine di migliaia di posti di lavoro: un elemento importante
per un’economia sostenibile. Nessuno, o quasi, saprà
mai che sono stati i Verdi; e Massimo D’Alema, presidente
del Consiglio, vi farà un accenno a mezza bocca in Aula.
Tutte le fondamentali leggi di tutela e promozione ambientale sono
state varate su impulso dei Verdi: la legge sui parchi nazionali,
le leggi che bandiscono l’amianto e, a proposito di buco dell’ozono,
i CFC, le leggi sui rifiuti, sulle bonifiche delle aree contaminate,
la legge che limita il cancerogeno benzene, unica in Europa, all’1%.
Infelice la sorte delle leggi del ‘91 sull’uso efficiente
dell’energia e sulla promozione delle fonti rinnovabili: disattese
per anni, fino all’attuale condizione dell’Italia, fanalino
di coda nel solare rispetto non solo alle grandi realizzazione tedesche,
ma alla Danimarca e all’Austria. Nella Finanziaria ’99,
il ministro Verde dell’Ambiente, Edo Ronchi, introduce la
carbon tax più sostanziosa dei Paesi UE, Germania inclusa:
il buon risultato iniziale viene impiegato, dopo gli sforzi per
entrare nell’euro, per ridurre gli oneri del costo del lavoro;
poi la tassa non trova più spazio nel governo dell’Ulivo,
figuriamoci adesso! E ancora, le leggi sull’obiezione di coscienza,
sulle barriere architettoniche, sulle minoranze linguistiche, sulla
tutela degli animali e via elencando.
Viene automatico chiedersi: “Com’ è possibile
allora lo scarto tra questi rilevanti risultati ottenuti e il magro
e declinante consenso elettorale?” Per rispondere alla domanda
- come si vede, abbastanza diversa dalla precedente -, un rapido
excursus “storico” e alcune considerazioni.
Già nelle sue prime iniziative di successo dei primi anni
’80, Legambiente, la più “politica” delle
grandi associazioni ambientaliste italiane, passa nell’informazione
come: “I Verdi hanno…”. Può così
utilizzare il vento che ha cominciato a spirare a favore dei Grünen,
nella prospettiva di dar maggior peso all’ambiente nelle decisioni
politiche. E’ naturale quindi che parta proprio dal Consiglio
nazionale di Legambiente dell’ottobre 1984 un appello per
la costituzione di “Liste Verdi” alle elezioni regionali
del 1985. Nell’appello, che ha come primi firmatari Alex Langer
e Massimo Scalia, si denuncia la sordità delle forze politiche
e si scandiscono i contenuti che stanno a cuore agli ecologisti,
convinti che la logica dei partiti sia quella staliniana del “quante
divisioni ha il Vaticano?”: se si vuol dar voce all’ambiente,
come grande tematica globale, bisogna cimentarsi nell’agone
elettorale.
Le Liste Verdi riscuotono, su base nazionale, il 2,5%: è
assai significativo rilevare che nelle elezioni politiche del 1987,
dopo la catastrofe di Cernobyl e una campagna elettorale fortemente
giocata contro il nucleare, il voto verde si attesta sul 2,6%! Un
primo successo si ha alle europee dell’‘89: accanto
alle Liste Verdi, 3,8%, si presenta una lista concorrente, i Verdi
Arcobaleno, che ottengono il 2,4%. Ci sono però due importanti
aspetti che concorrono a determinare quel 6,2% che viene accreditato
al complesso delle liste ecologiste: il voto tipicamente più
“libero” che contraddistingue, soprattutto nell’Italia
dell’epoca, la competizione elettorale europea; ma assai più
rilevante è che i Verdi, delle due confessioni, sono i primi
a incrociare positivamente - è una fondata ipotesi - quel
fastidio contro i partiti e quell’ansia di rinnovamento politico
che, a partire da allora, ha caratterizzato fino ai nostri giorni
una congrua parte dell’elettorato italiano, premiando sistematicamente
le formazioni più “nuove” e percepite come più
distanti dal sistema politico tradizionale. Già l’anno
dopo, alle regionali del ’90, la somma dei voti delle due
compagini si ferma al 5% e poi, compiuta l’unificazione dei
due partiti nel dicembre del ’90, il voto per i Verdi si manterrà
in tutte le altre elezioni politiche intorno al 3%, nonostante ripetuti
sondaggi ritraggano i Verdi come “secondo” partito nelle
intenzioni di voto di un terzo degli italiani. Scenderà all’1,9%
alle europee (nello stesso giorno, alle elezioni che si svolgevano
in oltre due terzi delle province italiane i Verdi prendono il 2,6%),
provocando le dimissioni del gruppo dirigente. Ma il declino non
si arresta: alle politiche del 2001, del 2,1% totalizzato dalla
“bicicletta” con i socialisti dello SDI, Abacus assegna
ai Verdi soltanto lo 0,9%, e, alle amministrative di quest’anno,
che hanno coinvolto 11 milioni di elettori, i Verdi non vanno meglio
dell’1,4%.
Insomma, mentre negli altri Paesi europei i Verdi hanno avuto dei
rimarchevoli alti e bassi, in Italia si può dire, sulla base
dei dati riportati, che questo partito non è mai decollato
per davvero. Il perché è stato ovviamente oggetto
di molte analisi, non soltanto da parte dei Verdi.
Ci sono alcune ragioni di carattere “interno” che vengono
spesso ripetute: nei primi anni, la litigiosità tra i componenti
del vero gruppo dirigente - quello dei parlamentari - , alla quale
faceva peraltro riscontro la gioia di decapitare ogni testa che
emergesse da parte dello sparuto ceto politico di “partito”;
ma la litigiosità dei parlamentari e lo scontro con il “partito”
sono stati una costante di molte formazioni verdi europee, né
l’assetto con una chiara leadership di partito, a partire
dal ’93, si è mostrato capace di per sé di garantire
un maggior appeal elettorale.
Certo, errori ne sono stati commessi e di vario genere; ad esempio,
alle politiche del ’96 la strategia del portavoce nazionale
- il segretario del partito - era stata tale che neanche i giornalisti
politici avevano ben capito se i Verdi, con 13 eletti nel maggioritario
con l’Ulivo si riconoscessero o no nella coalizione vincente.
Ma i Gruenen erano risuscitati da errori ben più gravi, basta
pensare alla “punizione” elettorale che subirono per
il loro atteggiamento sull’unificazione con la Germania Est.
Ci possono essere leader più o meno carismatici, ma in Svezia
come in Belgio i Verdi hanno ottenuto percentuali a due cifre senza
“geni” della politica; Cohn-Bendit ha senz’altro
giovato ai Verdi francesi, che però erano riusciti ad ottenere
buoni risultati anche senza di lui, e lo stesso vale, sul versante
tedesco per una figura come Joshka Fischer. E, in fin dei conti,
solo attraverso il “battesimo” verde Francesco Rutelli
è diventato sindaco di Roma, prima che capo, nelle ultime
elezioni politiche, di tutta la coalizione dell’Ulivo; e Alex
Langer non aveva certo meno intelligenza politica, a parte l’enorme
capacità di lavoro, di altri grandi esponenti europei dei
partiti ecologisti.
Certo, il mix delle varie questioni elencate non ha davvero aiutato;
ma tre, a mio modo di vedere, sono le ragioni principali del non
decollo e del declino dei Verdi.
La prima, interna, è il non aver saputo il primo gruppo dirigente,
reale, dei Verdi - me, Langer e Mattioli in testa - , ma poi anche
gli altri che si sono succeduti, trasformare un vasto consenso intorno
ai contenuti e ai risultati dei Verdi in un consenso elettorale:
ciò avrebbe richiesto molta più attenzione all’organizzare
in questo senso il partito e, forse, da parte anche di altri, qualche
illusione e qualche supponenza in meno nel ritenere di poter modificare
le ferree leggi della politica. Alfonso Pecoraro e Grazia Francescato
arrivano buoni ultimi: difficile attribuire all’eccesso di
disinvolta furbizia politica dell’uno e al non eccesso di
perspicuità politica dell’altra responsabilità
diverse dall’aver assestato, appunto, il colpo di grazia.
Le altre due ragioni, che mi sembrano preponderanti, sono “esterne”.
Una è la presenza importante e peculiare nel quadro italiano
di un partito come il PCI, un partito di “lotta” e di
“governo”, capace, nei primi tempi dei Verdi, di inglobare
nel suo seno cospicue domande sociali (movimento operaio, movimento
femminista ecc.) o di tagliare spazi in nome di un’egemonia
politico-sociale che non ammetteva nuove istanze non benedette dal
partito. Si faccia il confronto con due tipici Paesi di riferimento:
in Germania i Grünen hanno avuto a disposizione tutto l’ampio
spazio politico a sinistra dello SPD (oltre a un’ “infrastruttura”
- catene di librerie, luoghi di ritrovo, ristoranti “alternativi”-
alimentata dalle grasse pieghe del welfare della Repubblica federale);
in Francia, ancorché importante, l’incidenza del PCF
non è mai stata comparabile con quella del “più
forte partito comunista dell’Occidente”, e una “ingessatura”
di stampo staliniano non lo rendeva certo un temibile concorrente
su prospettive di innovazione.
L’altra è “il caso Italia”. E’ impressionante
come la cura del “particulare”, predicata con aristocratico
disprezzo dal Guicciardini, sia rimasta, sull’arco di cinque
secoli, uno dei tratti dominanti del comportamento medio (e una
delle ragioni non ultime del successo di Berlusconi). Se poi aggiungiamo
una tardiva unificazione nazionale, non supportata certo da una
grande cultura, ma dai deboli miti risorgimentali e da varie efferate
miopie di una ristrettissima élite, è difficile aspettarsi
un quadro di rapporti tra cittadino e Stato e tra cittadini improntato
ai criteri fondamentali di fiducia e civile convivenza. E del resto
già qualcuno ha osservato che non bisogna attendersi troppo
da un Paese nel quale non c’è stata la rivoluzione
borghese, ma, “in compenso”, la Controriforma: anche
tra i migliori fa capolino la tentazione a praticare una morale
“condizionata” (“io lo farei, ma solo io?”)
La conclusione è semplice: propugnare in un tale contesto
una razionalità generale e non di parte (operaia o padronale),
battersi per i “diritti diffusi”, invocare la “sostenibilità”,
che richiede indubbiamente un’elevata propensione a comportamenti
etici e stili di vita attenti agli altri, se non proibitivo è
davvero difficile, almeno sul terreno dei risultati elettorali.
Consapevoli che i partiti non muoiono mai (si guardi ai repubblicani
di Giorgio La Malfa), ma non disposti a che la grandezza della proposta
ecologista sia rappresentata dall’irrilevanza attuale dei
Verdi italiani, abbiamo costituito con Gianni Mattioli, Luigi Manconi
e tanti altri un Movimento Ecologista, nell’area politica
del centro-sinistra, per continuare la battaglia iniziata tanti
anni fa, convinti che l’“anomalia” italiana possa
essere superata in un grande progetto riformista che assuma come
coordinate quelle dettate, appunto, dalla “sostenibilità”.
1 M. Cini, G. Ciccotti, M. De Maria, G. Jona-Lasinio: “L’ape
e l’architetto”, 1974, Feltrinelli editore, Milano.
2 Hermann Daly: “Lo stato stazionario”, 1981, Sansoni,
Firenze.
3 Ulrich Beck: “Risiko Gesellschaft - Auf Dem Weg In Eine
Andere Moderne”, 1986, Suhrkamp, Frankfurt. Per un’edizione
italiana: “La società del rischio - Verso una seconda
modernizzazione”, 2000, Carocci editore, Roma. |