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Il movimento ecologista

Articolo di Massimo Scalia per Lettera Internazionale.

UNA PREMESSA

Nella foresta di Teotoburgo, trafitta da pallidi raggi di sole, un gruppo di giovani donne e uomini passeggiano discutendo. I loro discorsi non evocano, ancorché ne siano quasi tutti consapevoli, i lamenti delle distrutte legioni di Varo e gli incubi di Augusto, ma, un po’ in inglese, un altro po’ in francese, pochissimo in tedesco, risuonano frasi il cui nesso comune si potrebbe ravvisare in un formulazione non certo chiarissima, ma almeno sintetica: “passaggio dalla centralità operaia alla centralità ambientale”.

Nei primi di novembre del 1979 un ministero della Germania Ovest - il dipartimento informazione del ministero dell’Istruzione? - aveva invitato presso l’università di Bielefeld (vicina alla foresta di Teotoburgo) i rappresentanti dei movimenti ambientalisti e antinucleari di vari Paesi europei ad un incontro di discussione e di confronto; la presenza ministeriale era pressoché inavvertibile e i lavori erano stati organizzati dai convenuti con grande libertà.
Eravamo all’indomani delle bürger initiativen, che avevano mobilitato molti cittadini nei Länder tedesco-occidentali, e già ci si interrogava in saggi sociologici che prospettavano l’esistenza di un movimento degli “inquilini degli attici”. Infatti, a partire dalla “delegazione” italiana - Gianni Mattioli e me - la composizione sociale del gruppo di Bielefeld era di ceto medio decisamente acculturato; magari senza attico, ma animati da una forte soggettività che, tradotta in slogan, suonava: “Cambiare il mondo a partire dall’ambiente”. Preso atto che il vecchio sogno di porsi “a fianco” della classe operaia in marcia per superare “lo stato borghese” era ormai tramontato, restava pur sempre l’esigenza di “cambiare lo stato presente delle cose” e capire come e, appunto, a partire da dove.
Ipotesi e prospettive di quei giorni sarebbero echeggiate vent’anni dopo, con non troppe variazioni, nella proposta di una “terza sinistra” o gauche pluriélle avanzata da Daniel Cohn-Bendit, approdato nel frattempo anche lui sulle sponde ecologiste. La nascita dei vari movimenti “verdi” europei, alcuni avevano già iniziato a praticare esperienze politico-elettorali, è infatti segnata da una comune visione “di sinistra”, ma in un senso fortemente innovativo, su cui tornerò tra poco, e con una differenza assai interessante proprio del caso tedesco. Lì va infatti segnalato l’apporto della cultura di settori del protestantesimo che, in ogni caso, si collocavano certamente in un contesto “democratico” se non “progressista”; e il confronto che vari anni dopo dividerà i Grünen tedeschi tra realos e fundis sulla questione del partecipare, prima, alle elezioni politiche federali, poi e più duramente, sulla presenza nel Governo tedesco evidenzia, caso mai e procedendo un po’ a sciabolate, più atteggiamenti politici extraparlamentari e anarchizzanti che non un rifiuto della politica in nome di una visione “arcadica” o di un interesse puramente “naturalista” o “naturista”.

LA RADICE DEI MODERNI MOVIMENTI VERDI E’ DI SINISTRA, CON ROTTURE E INNOVAZIONI

L’insistenza su questa radice “di sinistra”, se non altro dei gruppi dirigenti di quella che poi sarebbe stata, fenomeno nuovo e generale in tutta Europa - per davvero dall’Atlantico agli Urali -, la presenza politico-elettorale dei Verdi, non è gratuita.
E’ possibile, almeno in astratto, che il pensiero e il movimento ecologista abbiano componenti e elementi di destra - e, ad esempio, Alex Langer aveva valorizzato molto la vittoria nel 1982 del referendum di Zwetendorf, che aveva cancellato dall’Austria le centrali nucleari grazie a un massiccio apporto di voti conservatori -, ma, nella sua realizzazione moderna, quella che ha portato alla costituzione dei movimenti politici e dei partiti Verdi non solo in Europa ma in tutto il mondo, non è stato in generale così, basti guardare poi alla collocazione di questi partiti e movimenti.
Talora, scavalcando le banalità di Hitler che amava i cani e altre stupidaggini di ugual peso, c’è un onesto tentativo di ricostruire nel percorso della storia del pensiero segmenti e filoni ecologisti, che possono, ovviamente, configurare elementi di conservazione nel rapporto uomo/natura. Su questo tornerò più avanti; mi si sia solo permesso di suggerire a questi ricercatori che una parte dell’ambientalismo italiano, ad esempio quello che è stato denominato “ambientalismo scientifico”, se deve trovare qualche consonanza forse la trova, più che con qualche malinconico pensatore nordeuropeo, con una “linea” che da Democrito passa per Epicuro e per il più bello, e insuperato, poema “scientifico” - il De Rerum Natura di Lucrezio - ; cioè con quell’ “atomismo” che ha fornito alla concezione materialistica della Storia, fino ai giorni nostri, un contributo incorruttibilmente ma non rozzamente materialista.

C’è una posizione più sottile, più filosofica, talvolta “molto di sinistra”, che scuote il capo di fronte alla “sostenibilità” - il verbo comune di tutti gli ecologisti, peraltro oggi recepito in Europa nei principi del diritto comunitario - e ci critica, con garbato pedagogismo, per non essere rimasti ancorati nell’alveo del pensiero marxista.
Una diffidenza, e una sostanziale accusa di ambiguità, ha pervaso per un lungo tratto l’atteggiamento dei partiti e di molti intellettuali della sinistra; sicuramente in Italia. Ed è pour cause. I Verdi si erano infatti presentati sulla ribalta politica esordendo, un po’ in tutti i Paesi, con quel: “né di destra né di sinistra”, che è stato usato dalla parte più burocratica e conservatrice delle sinistre come ottimo alibi per fingere di non capire, e, spesso di non capire davvero, che cosa si volesse intendere. E pensare che un monolitico conservatore come il leader della CDU bavarese, Strauss, si era incaricato per tempo di segnalare che “i Verdi sono come le angurie: verdi fuori e rossi dentro”. E pensare che in Italia fin dai suoi primi passi politici il movimento “verde”, inizialmente delle “Liste Verdi”, aveva assunto e metabolizzato quella metafora che con Alex Langer avevamo molto diffuso, una sorta di proporzione: “Il movimento ecologista sta al movimento operaio come il Nuovo Testamento al Vecchio Testamento”.
In realtà quello che dava fastidio a molta sinistra era proprio quel carattere innovativo di cui parlavo all’inizio, che si traduceva nelle irritanti domande: “Le centrali nucleari sono di destra o di sinistra? Promuovere cemento e asfalto - strade, autostrade, bretelle, grandi opere pubbliche - è di destra o di sinistra?”. E poi quella, forse la più decisiva, sulle radici stesse dell’economia classica (ricordiamo, nel sesto libro “inedito” del Capitale, tra le altre cose, l’inno entusiasta di Marx al “consumo produttivo” e alla “produzione consumatrice”?) e alla quale anche oggi il coro unito dei leader di partito, da Bertinotti a Fini, dà la stessa risposta. “Per superare la crisi e rilanciare l’economia bisogna rilanciare i consumi, anche quelli individuali”.
E questo è proprio in antitesi col pensiero ecologista, che si è modulato ovunque non solo in Italia - non mi stanco della ripetizione -, attorno a dei capisaldi dei quali, seppure a volo di rondine, dovrò fare menzione.

Il primo riferimento “obbligatorio” per gli ecologisti è il concetto di limite nello sviluppo. I “Limiti dello sviluppo”, il rapporto commissionato dal Club di Roma al Massachussetts Institute of Technology, venne presentato nel ’72. Quel rapporto proponeva un modello “globale” che cercava di quantificare i trend di crescita per tutto il Pianeta in funzione del tempo, di associare cioè all’evoluzione dei fenomeni cifre e comportamenti matematicamente definiti: il risultato era costituito dalle famose curve a campana, che descrivevano, appunto, l’andamento temporale dei fenomeni. Sia che la modellizzazione venisse fatta con pochi parametri - il tasso demografico, il tasso di consumo delle riserve alimentari, il tasso di consumo energetico, il tasso di incremento dell’inquinamento - o si ricorresse ad un modello più sofisticato e con un maggior numero di parametri, l’esito era in ogni caso rappresentato da queste curve a campana, che, avendo a mente il grafico che le rappresenta, segnano con l’intersezione con l’asse dei tempi la “morte” del sistema.
Da un punto di vista strettamente scientifico non c’era molto da meravigliarsi: si tratta delle ben note curve “logistiche”, che si presentano in ogni trattamento di stock finiti. Molte obiezioni vennero invece avanzate sulla indisponibilità di dati fondamentali, che inficiava la stabilità e la validità delle previsioni, costituendo spesso quei dati le condizioni iniziali per il sistema di equazioni del modello. In Italia, poi, era in corso un vivace dibattito nella sinistra, che, seppur con molti anni di ritardo, metteva in discussione la “neutralità” della scienza e l’ “oggettività” del sapere scientifico1: figurarsi chi sarebbe stato disposto a giurare sull’oggettività di quelle curve!
Critiche assai più pesanti furono avanzate dagli incessanti cantori delle “magnifiche sorti e progressive”, gli uni per ricordare che l’attenzione all’ambiente andava posposta a quella per gli uomini, gli altri con accuse di catastrofismo che non vale neanche la pena riportare. Nonostante le critiche, o forse per le critiche, il rapporto del MIT ebbe l’indubbio merito di innescare in tutto il mondo, non solo in quello scientifico, il dibattito attorno a un interrogativo salutare: “Non è che si sia superato il livello di guardia e ci si stia incamminando lungo percorsi irreversibili?”. E non è davvero scorretto collocare quel rapporto, e “Primavera silenziosa” scritto pochi anni prima dalla Carson, come passaggi obbligati del moderno ecologismo.
Alcuni economisti presero atto del problema e uno di loro, Kenneth Boulding, propose, sul finire degli anni ’70 una delle metafore più efficaci a tradurre la concezione del limite: il dover passare, l’uomo sulla Terra, dall’ “economia del cow boy” - risorse illimitate, irrilevante l’inquinamento prodotto - all’ “economia della navicella spaziale”, dove le risorse sono limitate e ogni intervento va programmato con intelligente anticipo per non mettere a repentaglio la vivibilità degli occupanti e la “navicella” stessa. E del resto, le proposte ZEG (Zero Economic Growth) furono una risposta quasi immediata ai “limiti dello sviluppo”; e, più avanti, sempre sul terreno economico, venne ipotizzata da Herman Daly una dinamica economica di “stato stazionario”2.

La concezione del limite, della quale Malthus, che aveva posto il problema della limitatezza delle risorse a fronte della crescita in progressione geometrica della popolazione (Saggio sul principio della popolazione, 1803), può essere considerato a pieno titolo un precursore, è sicuramente una base condivisa dalla cultura dei Verdi in tutto il mondo, ma ci sono altri punti da ricordare, sui quali sarò ancor più sbrigativo: la questione delicatissima dei rapporti tra pubblico, privato e mercato.
Questi oggetti non possono essere più guardati con la lente liberista o marxista, ma devono venir esaminati secondo i criteri del controllo ambientale. Il mercato è diventato “globale” e di tutto, anche degli organi dei bambini e del narcotraffico. Di fronte ai suoi orrori, a una sorta di selvaggia vitalità darwiniana, è più utile porsi in modo pragmatico e vedere come intervenire, come limitarne le aberrazioni: il controllo ambientale diventa uno dei punti di forza, che ha avuto e ha, come vedremo, anche attuazione a livello delle politiche nazionali e delle politiche mondiali e diventa, ovviamente con contrasti enormi, uno degli elementi regolatori del mercato. Connesso a ciò, una battaglia culturale, sociale e politica sicuramente di lungo periodo: se si vuole incidere sul mercato bisogna orientare le preferenze del consumatore, fornendogli, a questo scopo, informazione e organizzazione.

Il pensiero verde rinuncia, senza più esitazioni, a porre il problema dell’economia nei termini della necessità di forzare la cittadella dei “rapporti di produzione” per arrivare all’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione; proprio per questo segna un altro punto di discontinuità rispetto alle contraddizioni dei seguaci del “Vecchio Testamento” marxista.
Nonostante lo Stato sia, nella vulgata marxista, espressione e traduzione dei rapporti di forza tra le classi e ne sia prevista, in prospettiva, l’estinzione; e nonostante le prove di sé che ha fornito l’economia statalizzata non solo nei Paesi del “socialismo reale” ma anche qui da noi, si ama confondere “Stato” con “pubblico”, “interesse pubblico” e, con una sorta di tic, ritenere che pubblico sia comunque meglio di privato. Anche qui, pensiero e pratica ecologisti entrano in conflitto con vecchi ideologismi di sinistra, essendo molto più interessati a definire e attuare con rigore, ad esempio nel settore dei servizi, norme, controlli e strumenti pubblici in grado di garantire alla domanda - acqua, rifiuti, energia, trasporti ecc. - , una qualità di risposta che può tranquillamente venire da una gestione dei privati.
Un altro leit-motiv della concezione ecologista è l’incremento della produttività delle risorse; che vuol dire usarle in modo più efficiente limitando, quindi, il loro consumo.
La questione energetica fornisce di ciò un drammatico esempio su scala planetaria e, il lettore perdonerà l’ulteriore inciso, una vista profonda sulla “sostenibilità”. Negli ultimi trent’anni, l’Occidente sviluppato, il mondo tecnologicamente avanzato ha perso la bellezza di circa sette punti in termini di efficienza energetica globale. Questi sette punti sono, all’ingrosso, 400 milioni di Tep (tonnellate di petrolio equivalente) in termini di energia che sprechiamo, che è circa il doppio di quello che potremmo avere annualmente dall’Iraq quando venisse rimosso l’embargo. E poiché la costante delle guerre in Medio Oriente degli ultimi trent’anni, al di là degli altri importanti motivi che tutti conosciamo, è sempre stata il controllo dei flussi delle materie prime e dei prezzi del greggio, il fatto che noi, i Paesi avanzati, ci siamo resi colpevoli di questo spreco, e a questi livelli quantitativi, induce ad amare domande. E’ sostenibile un mondo, nel quale lo scambio ineguale, la spoliazione costante delle risorse operata dal Nord ai danni del Sud del Mondo - il 13% della popolazione che consuma quanto l’altro 87% - , richiede non una libertà, ma una guerra “senza fine”?
Per questo la cultura dell’uso efficiente, dell’incremento della produttività delle risorse è fondamentale; inducendo ad eseguire analisi capillari dei sistemi economici e sociali, a fornire gli elementi critici e a razionalizzare, eliminando il più possibile gli sprechi.
Ed è una risposta molto forte, proprio sul terreno del conflitto sociale, a chi da anni ripropone ossessivamente l’incremento della produttività del lavoro: due visioni in qualche modo antitetiche, che vanno confrontate e valutate nelle loro implicazioni teoriche e sociali.

L’ultimo punto, assai più recente, consente però di tornare ad una delle prime e più felici formulazioni dell’ecologismo: “Pensare globalmente, agire localmente”. Quello che oggi viene chiamato, con cacofonico neologismo, “glocal” è la risposta ecologista alla globalizzazione intesa come - procediamo un po’ per slogan -“supermercato mondiale”, pensiero unico, cittadino a una sola dimensione, quella del compratore. Glocal vuol dire un recupero, anche e soprattutto in chiave economica, delle risorse locali dalla cultura alle produzioni tipiche; di tutte le cose di cui si dispone localmente, e per le quali c’è oggi un’incredibile occasione di valorizzazione, tramite la rete globale di comunicazione, che prima non era neanche lontanamente pensabile.

I FRUTTI DEL PENSIERO ECOLOGISTA

Il sottolineare alcuni dei punti condivisi dell’ideologia ecologista è motivato, non sono il solo a ritenerlo, dalla straordinaria efficacia che essi hanno avuto almeno in due direzioni: nuove concezioni nel campo stesso della cultura e del modo di guardare alla realtà; decisivi orientamenti e realizzazioni politiche a livello mondiale e nazionale. Sulla base di questo è forse legittimo lanciare il guanto di sfida a trovare nella storia un altro movimento che, nel giro di trent’anni, sia stato capace di suscitare analogo dibattito e, soprattutto, di iscrivere i suoi temi nell’agenda politica e nelle decisioni dei Governi del Mondo.
Per quel che concerne il primo risultato, invece di citare la scuola di Bruxelles e il Nobel per la Chimica Ilya Prigogine, o i “nuovi biologi”, o Gregory Bateson, Vandana Shiva, Wolfgang Sachs, Georgescu Regen, o Lovelock e il suo “mito” di Gaia, o l’avvincente e ultra decennale dibattito sui cambiamenti climatici che ha portato l’Accademia delle Scienze degli Stati Uniti a pronunciarsi nel 2002, in patente contrasto con l’amministrazione Usa, sulla gravità della situazione, o i tanti altri che in questi anni si sono impegnati nei diversi comparti scientifici e nell’economia, vorrei riferirmi soltanto a due nomi, forse più familiari ai lettori di questa rivista: Ulrich Beck e Hans Jonas. Il primo riconosce, siamo a metà degli anni ’80, nelle “società del rischio” 3 quell’incertezza che colpisce tutto. Colpisce anche la scienza, che non sa ricomporre in una sintesi unitaria fenomeni complessi e che avanza esibendo punti di vista diversi: non più al di sopra delle parti, contribuisce a una sorta di crisi ansiogena che pervade le nostre società. Sono pagine che sono state vissute prima, e in prima persona, da tutti gli ambientalisti che si sono battuti in tutto il mondo contro le centrali nucleari e i grandi impianti “a rischio di incidente rilevante” (Seveso, Bhopal, Cengio, Ciba-Geigy, e via in un elenco infinito).
Il secondo, alla fine degli anni ’80, nel suo libro: “Principio di responsabilità - Un’etica per la società tecnologica” avverte il salto tra quando l’uomo impattava sulla natura in maniera tutto sommato “morbida” e il momento in cui, e possiamo partire dal XVIII secolo, le attività dell’uomo rappresentano, e in modo accelerato, una sempre maggior perturbazione dei grandi cicli naturali. Tutto si sconvolge e addirittura, da un punto di vista filosofico, si pone il problema di una responsabilità morale da parte dell’uomo nei confronti della biosfera; che ha come corrispettivo, dall’altra parte, dalla parte dell’uomo, la nostra responsabilità nei confronti delle generazioni future per la Terra che consegneremo loro. Tematica, questa del rapporto uomo/natura e proprio secondo queste prospettive, che, come avevo anticipato all’inizio, è uno dei leit-motiv del movimento ecologista fin dal suo sorgere.

Sul piano dell’incidenza politica, ci si riferisca al percorso che dalla Convenzione di New York del ’92, e dalla Conferenza mondiale che nello stesso anno si tiene a Rio de Janeiro, porta fino a Kyoto, alla fine del ‘97 e all’ormai celebre Protocollo. Parole vagamente esoteriche come effetto serra, buco dell’ozono, desertificazione, distruzione delle grandi foreste pluviali, diversità biologica diventano temi di dibattito generale, arrivano fino all’uomo della strada ed esplicitano la loro valenza politica, economica e sociale: è infatti il come si produce e che cosa si produce, il come si consuma e che cosa si consuma che viene messo in discussione e che vede il conflitto aperto tra i Governi del Pianeta. Oggi, quasi sei anni dopo, se la Russia ratifica il Protocollo, come annunciato a Johannesburg (agosto 2002), esso potrà entrare in vigore, anche senza la ratifica finora rifiutata da Paesi come gli Stati Uniti e il Giappone, con conseguenze epocali sul piano ambientale, sociale e dell’economia.

LA VICENDA POLITICA ITALIANA DEI VERDI

Era assolutamente necessario rappresentare, seppure con molte ellissi e talune affermazioni purtroppo sbrigative, il quadro più generale di una cultura elaborata e condivisa, nei suoi tratti fondamentali, da tutti i movimenti ecologisti europei, dai partiti Verdi, per sottrarre il dibattito sul caso italiano alla miseria della domanda: “Come mai i Verdi hanno buoni risultati elettorali quasi dappertutto, tranne che in Italia?”. La domanda esige una risposta, che va però assolutamente collocata nel contesto più generale che ho cercato finora di delineare: vivaddio, non di sole percentuali elettorali vive l’uomo!
E c’è subito da precisare, rispetto alla domanda, che di risultati politici di grande rilievo per tutto il Paese i Verdi italiani ne hanno ottenuti assai di più degli altri Verdi europei, anche se magari poco noti o caduti nell’oblio. Si può esibirne uno schematico elenco; sui magri risultati elettorali dirò subito dopo.

L’Italia è l’unico dei “grandi” Paesi, quelli del G7 divenuto poi G8, che ha chiuso con l’energia nucleare. Dieci anni di battaglie ambientaliste portarono dopo Cernobyl, ma la nube radioattiva era piovuta su tutta Europa, al referendum del novembre ’87. Referendum ottenuto e vinto; falsa però la proposizione che esso sia stato sufficiente a bandire le centrali nucleari, come spesso si afferma. La risposta del Governo di allora fu il “limitato presidio nucleare”: vale a dire, si prosegua con il reattore di Montalto di Castro, che aveva superato il 75% nello stato di avanzamento dei lavori, e si riapra la centrale di Corso.
Digiuni, manifestazioni, scontri del gruppo Verde al suo debutto nel Parlamento italiano, i deputati Verdi a guidare sei, sette blocchi della centrale di Montalto, la caduta di un Governo - quello Goria nel marzo dell’’88 - proprio sulla vicenda nucleare e il definitivo abbandono del reattore di Montalto per una megacentrale tradizionale: tre anni di battaglie dei Verdi nelle istituzioni portarono, nell’agosto del 1990, alla delibera con cui il Cipe chiudeva e metteva in custodia tutti gli impianti nucleari.
In un Paese il cui territorio è stato reso fragile dalle spoliazioni che ha subito nei secoli, nel Paese della 50.000 frane e smottamenti denunciati negli anni ’70 dall’indagine di De Marchi, la difesa del suolo dovrebbe essere un punto cardine non tanto e non solo delle politiche ambientali, quanto delle politiche economiche. Dopo incessanti battaglie, in Parlamento e nelle Assemblee regionali dove i Verdi avevano avuto accesso, dopo decine di migliaia di miliardi spesi per tamponare i disastri causati dalle alluvioni - e le puntuali denunce ecologiste -, la difesa del suolo diventa finalmente coi Governi dell’Ulivo, dal 1996 al 2001, un obiettivo prioritario di politica economica, al pari delle grandi infrastrutture, per il quale vengono stanziate nelle leggi finanziarie molte migliaia di miliardi di vecchie lire.
In questo clima di generale rivalutazione del territorio che i Verdi ripropongono costantemente, si afferma anche il principio che prima di nuove abitazioni (in un Paese che ha a disposizione 100 milioni di vani, di cui 40 milioni non occupati), prima di nuove e costose opere pubbliche - en passant, all’origine di molti episodi di corruzione indagati da “Mani pulite” -, che spesso hanno effetti devastanti sull’ambiente, si dia corso a quella che il pur cauto premier Prodi definisce con entusiasmo: “la manutenzione dell’Italia”. Diventa articolo della Finanziaria ’98 la proposta dei Verdi di una sostanziosa detrazione dall’Irpef per le spese di ristrutturazione delle abitazioni. Si aprono oltre un milione di cantieri per un giro di oltre 20.000 miliardi di lire e nuove decine di migliaia di posti di lavoro: un elemento importante per un’economia sostenibile. Nessuno, o quasi, saprà mai che sono stati i Verdi; e Massimo D’Alema, presidente del Consiglio, vi farà un accenno a mezza bocca in Aula.
Tutte le fondamentali leggi di tutela e promozione ambientale sono state varate su impulso dei Verdi: la legge sui parchi nazionali, le leggi che bandiscono l’amianto e, a proposito di buco dell’ozono, i CFC, le leggi sui rifiuti, sulle bonifiche delle aree contaminate, la legge che limita il cancerogeno benzene, unica in Europa, all’1%. Infelice la sorte delle leggi del ‘91 sull’uso efficiente dell’energia e sulla promozione delle fonti rinnovabili: disattese per anni, fino all’attuale condizione dell’Italia, fanalino di coda nel solare rispetto non solo alle grandi realizzazione tedesche, ma alla Danimarca e all’Austria. Nella Finanziaria ’99, il ministro Verde dell’Ambiente, Edo Ronchi, introduce la carbon tax più sostanziosa dei Paesi UE, Germania inclusa: il buon risultato iniziale viene impiegato, dopo gli sforzi per entrare nell’euro, per ridurre gli oneri del costo del lavoro; poi la tassa non trova più spazio nel governo dell’Ulivo, figuriamoci adesso! E ancora, le leggi sull’obiezione di coscienza, sulle barriere architettoniche, sulle minoranze linguistiche, sulla tutela degli animali e via elencando.

Viene automatico chiedersi: “Com’ è possibile allora lo scarto tra questi rilevanti risultati ottenuti e il magro e declinante consenso elettorale?” Per rispondere alla domanda - come si vede, abbastanza diversa dalla precedente -, un rapido excursus “storico” e alcune considerazioni.
Già nelle sue prime iniziative di successo dei primi anni ’80, Legambiente, la più “politica” delle grandi associazioni ambientaliste italiane, passa nell’informazione come: “I Verdi hanno…”. Può così utilizzare il vento che ha cominciato a spirare a favore dei Grünen, nella prospettiva di dar maggior peso all’ambiente nelle decisioni politiche. E’ naturale quindi che parta proprio dal Consiglio nazionale di Legambiente dell’ottobre 1984 un appello per la costituzione di “Liste Verdi” alle elezioni regionali del 1985. Nell’appello, che ha come primi firmatari Alex Langer e Massimo Scalia, si denuncia la sordità delle forze politiche e si scandiscono i contenuti che stanno a cuore agli ecologisti, convinti che la logica dei partiti sia quella staliniana del “quante divisioni ha il Vaticano?”: se si vuol dar voce all’ambiente, come grande tematica globale, bisogna cimentarsi nell’agone elettorale.
Le Liste Verdi riscuotono, su base nazionale, il 2,5%: è assai significativo rilevare che nelle elezioni politiche del 1987, dopo la catastrofe di Cernobyl e una campagna elettorale fortemente giocata contro il nucleare, il voto verde si attesta sul 2,6%! Un primo successo si ha alle europee dell’‘89: accanto alle Liste Verdi, 3,8%, si presenta una lista concorrente, i Verdi Arcobaleno, che ottengono il 2,4%. Ci sono però due importanti aspetti che concorrono a determinare quel 6,2% che viene accreditato al complesso delle liste ecologiste: il voto tipicamente più “libero” che contraddistingue, soprattutto nell’Italia dell’epoca, la competizione elettorale europea; ma assai più rilevante è che i Verdi, delle due confessioni, sono i primi a incrociare positivamente - è una fondata ipotesi - quel fastidio contro i partiti e quell’ansia di rinnovamento politico che, a partire da allora, ha caratterizzato fino ai nostri giorni una congrua parte dell’elettorato italiano, premiando sistematicamente le formazioni più “nuove” e percepite come più distanti dal sistema politico tradizionale. Già l’anno dopo, alle regionali del ’90, la somma dei voti delle due compagini si ferma al 5% e poi, compiuta l’unificazione dei due partiti nel dicembre del ’90, il voto per i Verdi si manterrà in tutte le altre elezioni politiche intorno al 3%, nonostante ripetuti sondaggi ritraggano i Verdi come “secondo” partito nelle intenzioni di voto di un terzo degli italiani. Scenderà all’1,9% alle europee (nello stesso giorno, alle elezioni che si svolgevano in oltre due terzi delle province italiane i Verdi prendono il 2,6%), provocando le dimissioni del gruppo dirigente. Ma il declino non si arresta: alle politiche del 2001, del 2,1% totalizzato dalla “bicicletta” con i socialisti dello SDI, Abacus assegna ai Verdi soltanto lo 0,9%, e, alle amministrative di quest’anno, che hanno coinvolto 11 milioni di elettori, i Verdi non vanno meglio dell’1,4%.
Insomma, mentre negli altri Paesi europei i Verdi hanno avuto dei rimarchevoli alti e bassi, in Italia si può dire, sulla base dei dati riportati, che questo partito non è mai decollato per davvero. Il perché è stato ovviamente oggetto di molte analisi, non soltanto da parte dei Verdi.
Ci sono alcune ragioni di carattere “interno” che vengono spesso ripetute: nei primi anni, la litigiosità tra i componenti del vero gruppo dirigente - quello dei parlamentari - , alla quale faceva peraltro riscontro la gioia di decapitare ogni testa che emergesse da parte dello sparuto ceto politico di “partito”; ma la litigiosità dei parlamentari e lo scontro con il “partito” sono stati una costante di molte formazioni verdi europee, né l’assetto con una chiara leadership di partito, a partire dal ’93, si è mostrato capace di per sé di garantire un maggior appeal elettorale.
Certo, errori ne sono stati commessi e di vario genere; ad esempio, alle politiche del ’96 la strategia del portavoce nazionale - il segretario del partito - era stata tale che neanche i giornalisti politici avevano ben capito se i Verdi, con 13 eletti nel maggioritario con l’Ulivo si riconoscessero o no nella coalizione vincente. Ma i Gruenen erano risuscitati da errori ben più gravi, basta pensare alla “punizione” elettorale che subirono per il loro atteggiamento sull’unificazione con la Germania Est.
Ci possono essere leader più o meno carismatici, ma in Svezia come in Belgio i Verdi hanno ottenuto percentuali a due cifre senza “geni” della politica; Cohn-Bendit ha senz’altro giovato ai Verdi francesi, che però erano riusciti ad ottenere buoni risultati anche senza di lui, e lo stesso vale, sul versante tedesco per una figura come Joshka Fischer. E, in fin dei conti, solo attraverso il “battesimo” verde Francesco Rutelli è diventato sindaco di Roma, prima che capo, nelle ultime elezioni politiche, di tutta la coalizione dell’Ulivo; e Alex Langer non aveva certo meno intelligenza politica, a parte l’enorme capacità di lavoro, di altri grandi esponenti europei dei partiti ecologisti.

Certo, il mix delle varie questioni elencate non ha davvero aiutato; ma tre, a mio modo di vedere, sono le ragioni principali del non decollo e del declino dei Verdi.
La prima, interna, è il non aver saputo il primo gruppo dirigente, reale, dei Verdi - me, Langer e Mattioli in testa - , ma poi anche gli altri che si sono succeduti, trasformare un vasto consenso intorno ai contenuti e ai risultati dei Verdi in un consenso elettorale: ciò avrebbe richiesto molta più attenzione all’organizzare in questo senso il partito e, forse, da parte anche di altri, qualche illusione e qualche supponenza in meno nel ritenere di poter modificare le ferree leggi della politica. Alfonso Pecoraro e Grazia Francescato arrivano buoni ultimi: difficile attribuire all’eccesso di disinvolta furbizia politica dell’uno e al non eccesso di perspicuità politica dell’altra responsabilità diverse dall’aver assestato, appunto, il colpo di grazia.

Le altre due ragioni, che mi sembrano preponderanti, sono “esterne”.
Una è la presenza importante e peculiare nel quadro italiano di un partito come il PCI, un partito di “lotta” e di “governo”, capace, nei primi tempi dei Verdi, di inglobare nel suo seno cospicue domande sociali (movimento operaio, movimento femminista ecc.) o di tagliare spazi in nome di un’egemonia politico-sociale che non ammetteva nuove istanze non benedette dal partito. Si faccia il confronto con due tipici Paesi di riferimento: in Germania i Grünen hanno avuto a disposizione tutto l’ampio spazio politico a sinistra dello SPD (oltre a un’ “infrastruttura” - catene di librerie, luoghi di ritrovo, ristoranti “alternativi”- alimentata dalle grasse pieghe del welfare della Repubblica federale); in Francia, ancorché importante, l’incidenza del PCF non è mai stata comparabile con quella del “più forte partito comunista dell’Occidente”, e una “ingessatura” di stampo staliniano non lo rendeva certo un temibile concorrente su prospettive di innovazione.
L’altra è “il caso Italia”. E’ impressionante come la cura del “particulare”, predicata con aristocratico disprezzo dal Guicciardini, sia rimasta, sull’arco di cinque secoli, uno dei tratti dominanti del comportamento medio (e una delle ragioni non ultime del successo di Berlusconi). Se poi aggiungiamo una tardiva unificazione nazionale, non supportata certo da una grande cultura, ma dai deboli miti risorgimentali e da varie efferate miopie di una ristrettissima élite, è difficile aspettarsi un quadro di rapporti tra cittadino e Stato e tra cittadini improntato ai criteri fondamentali di fiducia e civile convivenza. E del resto già qualcuno ha osservato che non bisogna attendersi troppo da un Paese nel quale non c’è stata la rivoluzione borghese, ma, “in compenso”, la Controriforma: anche tra i migliori fa capolino la tentazione a praticare una morale “condizionata” (“io lo farei, ma solo io?”)
La conclusione è semplice: propugnare in un tale contesto una razionalità generale e non di parte (operaia o padronale), battersi per i “diritti diffusi”, invocare la “sostenibilità”, che richiede indubbiamente un’elevata propensione a comportamenti etici e stili di vita attenti agli altri, se non proibitivo è davvero difficile, almeno sul terreno dei risultati elettorali.

Consapevoli che i partiti non muoiono mai (si guardi ai repubblicani di Giorgio La Malfa), ma non disposti a che la grandezza della proposta ecologista sia rappresentata dall’irrilevanza attuale dei Verdi italiani, abbiamo costituito con Gianni Mattioli, Luigi Manconi e tanti altri un Movimento Ecologista, nell’area politica del centro-sinistra, per continuare la battaglia iniziata tanti anni fa, convinti che l’“anomalia” italiana possa essere superata in un grande progetto riformista che assuma come coordinate quelle dettate, appunto, dalla “sostenibilità”.

1 M. Cini, G. Ciccotti, M. De Maria, G. Jona-Lasinio: “L’ape e l’architetto”, 1974, Feltrinelli editore, Milano.
2 Hermann Daly: “Lo stato stazionario”, 1981, Sansoni, Firenze.
3 Ulrich Beck: “Risiko Gesellschaft - Auf Dem Weg In Eine Andere Moderne”, 1986, Suhrkamp, Frankfurt. Per un’edizione italiana: “La società del rischio - Verso una seconda modernizzazione”, 2000, Carocci editore, Roma.

 

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