| Numero 3 di Dike
(maggio/giugno)
Massimo Scalia, docente della Facoltà di Scienze M.F.N.
dell’Università “La Sapienza” di Roma,
presidente della Commissione bicamerale di inchiesta sui rifiuti
della XIII legislatura e presidente del Movimento Ecologista.
Centinaia di cassonetti dati alle fiamme, blocchi
degli impianti, cortei, manifestazioni, gli scolari a casa per motivi
sanitari: sono queste le immagini che l’emergenza rifiuti
della Campania ci inviava nei telegiornali tra la fine di aprile
e i primi di maggio; un allarme “rosso”, lampeggiante
nell’ “ordinaria” emergenza per la quale la Campania
è da già da nove anni commissariata. E due anni prima
ci si era ugualmente trovati davanti all’esplodere della gestione
rifiuti, al rischio che le immondizie ammassate ovunque si trasformassero
in un’emergenza sanitaria.
Adesso, ora che nessuno ne parla più, la situazione è
risolta o, almeno, avviata alla normalità? E la denuncia
della camorra, come ispiratrice di alcuni episodi e grande beneficiaria
dell’esasperazione popolare, e i ritardi e le arretratezze
allora richiamati sono problemi in via di superamento?
Una prima risposta a questi interrogativi è semplice e lapidaria:
no, assolutamente no. L’allarme da rosso è al più
passato ad arancione: l’ “ospitalità” che
Umbria ed Emilia hanno assicurato per i rifiuti solidi urbani della
Campania allontana lo spettro di conseguenze sanitarie immediate;
un aiuto sostanziale viene dai treni che, ottenuto il permesso delle
autorità tedesche, liberano piazzole e stazioni di stoccaggio
o di trasferenza, intasate all’inverosimile dai rifiuti, avviandoli
all’incenerimento a Duesseldorf.
Ma la questione rifiuti rimarrà ancora un’emergenza
per i prossimi anni, e non soltanto per la Campania. Com’è
possibile tutto ciò? A che serve allora il commissariamento?
Le mani della criminalità organizzata continueranno a stendersi
sulla “waste connection”? Come se ne esce? Tentiamo
di dare una risposta a tutti questi interrogativi.
L’arretratezza. Questo è il contesto
generale nel quale si pone, in tutto il Paese, certo in modo più
acuto nelle aree centro-meridionali, tutta la questione rifiuti.
E’ un arretratezza dovuta al ritardo con il quale fu recepita,
soltanto nel ’97 con il decreto “Ronchi”, la normativa
europea di settore; a questo ritardo si aggiunse poi quello delle
Regioni, cui è demandata la competenza per predisporre e
attuare i piani per costruire un sistema integrato per la gestione
dei rifiuti. E’ un’arretratezza dovuta a incapacità
e ritardi amministrativi e tecnici, centrali e periferici. E’
un’arretratezza dovuta all’interessamento complessivo
del sistema delle imprese, tanto scarso quanto ingiustificato. E’
un’arretratezza dovuta alla presenza e all’azione della
criminalità organizzata. Insomma, tutto il Paese si è
svegliato troppo tardi dall’era nefasta del “far west”
dei rifiuti; e, per molti aspetti, malvolentieri. E’ così
che tutti i più grandi comuni italiani sono in clamoroso
ritardo sugli obiettivi di legge per la raccolta differenziata,
il 35% entro il 2002, tranne Milano.
Ma anche da Milano partiranno, dal gennaio 2004, i treni dei rifiuti
per la Germania, e anche a Trento e Bolzano pare si sia avviati
ad ugual determinazione: francamente, ha tanto il sapore di un’emergenza
non dichiarata. Torino, come altri capoluoghi piemontesi, è
alle soglie dell’emergenza, e così pure Treviso.
Perché l’arretratezza è fatta di mancanza di
impianti, tragica al Sud, ma preoccupante anche nel Nord; perché
del nostro parco di inceneritori più dei due terzi sono obsoleti
o non conformi alle prestazioni “BAT” (Best Available
Technologies) [1] e diventa allora davvero difficile superare la
diffidenza delle popolazioni e degli amministratori locali. Perché
ancora oggi incessante è il traffico, illegale, di rifiuti
di ogni genere lungo la rotta “Nord-Sud”: e se nel ’98
la Commissione bicamerale d’inchiesta sui rifiuti fece sequestrare
nel Lazio capannoni pieni della frazione secca di rifiuti provenienti
dalla Lombardia, nel dicembre 2001 il commissariato siciliano emanava
due ordinanze, delle quali sicuramente criminogena è quella
che prevede le procedure semplificate per chiunque voglia ospitare
sul suo terreno (non si parla neanche di “stoccaggio”,
che almeno prevede definizione di quantitativi e limiti di durata)
rifiuti anche pericolosi e provenienti anche da fuori regione, a
patto che non vengano smaltiti in territorio regionale (che ipocrisia!
e chi controllerà che non vengano smaltiti in Sicilia?).
Si, l’arretratezza è fatta anche dell’attitudine
del Governo della Casa delle Libertà a ritenere che, anche
in questo campo, sia fondamentale sciogliere i vincoli e lasciare
la mano al libero mercato. Senza voler contestare, qui, affermazioni
varie volte ripetute, ma che sono al più slogan, basta rilevare
che nel caso dei rifiuti non esiste, purtroppo, un mercato vero;
e, in generale, tutte le questioni ambientali, sia proprie che in
senso lato - paesaggio, bellezze artistiche e monumentali - , nella
grave carenza nostrana di controlli e di sanzioni adeguate hanno
solo da scapitare da un’applicazione di rozzi e inadeguati
ideologismi.
Il Commissariamento. La Campania è commissariata
per l’emergenza rifiuti dal ’94, così la Puglia
e, in tempi più recenti, Calabria e Sicilia; vale a dire
che tutte le principali Regioni del Sud sono commissariate.
Dopo le prime esperienze si è fatta strada l’idea di
uno strumento “non punitivo”, non sostitutivo cioè
dei poteri elettivi, ma di aiuto alle Regioni. Proprio per questo
la procedura prevede, in modo alquanto improprio (cfr. le osservazioni
di merito espresse in [2]), il ricorso alle ordinanze di protezione
civile (ex art. 5 della legge n. 225/92): è la Regione a
dichiarare al Governo lo stato di emergenza e il Governo ne prende
atto ed emana, in rapporto con la Regione, l’ordinanza che
prevede poteri straordinari (talvolta al limite della Costituzione)
per il Commissario del Governo, che, non casualmente, viene designato
nel presidente della Giunta regionale; e anche dei fondi a disposizione
dell’ufficio del Commissariato, per poter superare l’emergenza.
Non è questa la sola agevolazione. In tutti i regimi commissariali
sono state infatti applicate, al fine di realizzare gli impianti
per la termovalorizzazione [3], alcune “finestre” temporali
di un vecchio, e scandaloso, provvedimento emanato dal Comitato
Interministeriale per la Programmazione nel ’92: il CIP 6.
Voluto e ottenuto dai petrolieri perché, tra l’altro,
potesse essere considerata fonte “assimilata” alle energie
rinnovabili niente meno che la gassificazione del tar (la morchia
che residua dal processo di distillazione del petrolio), esso garantisce
una consistente remunerazione del kilowattora prodotto, appunto,
da fonti rinnovabili o ad esse “assimilate”, tra cui,
oltre incredibilmente al tar, le biomasse e il cosiddetto CDR (Combustibile
Derivato dai Rifiuti). E’ proprio la prospettiva dei rilevanti
guadagni, ovviamente a spese della collettività, assicurati
dall’applicazione del CIP 6 che induce gli istituti di credito
a prestiti e project financing, in particolare per costruire i termodistruttori.
In questo caso, anzi, è il progetto per la loro realizzazione
che può finanziare parte anche degli altri interventi impiantistici
di tutto il sistema della gestione dei rifiuti: così è
accaduto in Calabria, che forse è la Regione meno lontana
dall’uscita dall’emergenza. Su quel che sta succedendo
in Campania ritorneremo in seguito.
Nonostante questi “vantaggi”, a causa dei ritardi e
dell’arretratezza già ricordati, insieme agli inevitabili
conflitti che si generano quando si prospettano affari di sicuro
guadagno e a basso rischio, i commissariamenti non hanno comportato
significativi passi in avanti nelle Regioni del Sud, se non per
l’eccezione già ricordata, producendo, al contrario,
una forte deresponsabilizzazione degli amministratori eletti a livello
locale e regionale. Al punto che già nella precedente legislatura,
al termine di una lunga indagine, la Commissione di inchiesta sui
rifiuti proponeva sostanzialmente un superamento in prospettiva
della fase commissariale, legando da subito i rinnovi dei comissariamenti
al raggiungimento di obiettivi quantificabili e verificabili in
tempi predeterminati [2].
La criminalità organizzata. Risale a un
dibattimento processuale del ’92 l’ormai mitica frase
pronunciata da un pentito di camorra, Nunzio Perrella: “la
monnezza è come l’oro”. Nelle aree del Paese
nelle quali è forte il controllo da parte della criminalità
organizzata, come le potrebbe sfuggire un business che si gioca
tutto sul territorio, con trasporti illegali, discariche abusive
e smaltimenti clandestini? Quando poi i costi sono risibili rispetto
ai guadagni e i rischi sono pressoché nulli per l’insufficienza
dei controlli e per l’assenza di adeguate sanzioni penali?
E’ stata l’azione di una associazione ambientalista,
Legambiente, e del coraggioso direttore de La Nuova Ecologia, Enrico
Fontana, ad accendere il riflettore su quelle che da allora si chiamano
“ecomafie”: appena un anno dopo, nel ’95, la Camera
dei Deputati dava un sensibile segnale di serio interesse nominando
una Commissione di inchiesta sul ciclo dei rifiuti, istituita poi
come Commissione bicamerale, sempre di inchiesta, nella legislatura
successiva (1996 - 2001) e in quella attuale.
Di cammino da allora se ne è fatto molto sul piano delle
azioni di contrasto da parte di una polizia giudiziaria, cresciuta
in esperienza e competenza, e di diversi valenti magistrati. E poi,
la costituzione di un sistema di controlli ANPA (1994), ora ANPAT,
a livello nazionale e ARPA a livello regionale, a tutt’oggi
però dotato della metà degli organici necessari. E
poi, il già citato decreto legislativo del febbraio ’97,
che è il sistema normativo di riferimento, e vari altri provvedimenti.
E la faticosa costituzione del CONAI da parte di tutti i produttori
di contenitori (primari, secondari, terziari) e la lunga vicenda
degli accordi tra CONAI e ANCI, l’associazione di tutti i
Comuni italiani, al termine della quale sono state attivate tutte
le filiere di recupero e riciclaggio dei diversi materiali (alluminio,
plastica, vetro, legno ecc.) ottenuti dalla raccolta differenziata.
Ma siamo ancora alla metà del guado, con una perdurante azione
pervasiva della criminalità organizzata, in assenza poi di
adeguate fattispecie penali: l’Italia è infatti, nella
UE, il fanalino di coda, l’unica a non avere nel codice penale
un titolo per i delitti contro l’ambiente. Questa assenza
e le sue conseguenze sono state ampiamente trattate proprio nelle
pagine di questa rivista [4]. Le indagini e l’attenzione a
tutti gli aspetti delle “ecomafie”, ai traffici nazionali
e internazionali di rifiuti, alla penetrazione mafiosa in aree non
tradizionali proprio tramite i rifiuti sono state al centro dell’attività
della Commissione di inchiesta da me presieduta, con documenti,
convegni, indagini e una presenza costante in tutte le situazioni
più compromesse; mi sia perdonata l’autocitazione,
perché essa mi serve a chiudere su questo punto, rimandando
il lettore interessato alla visione della mole di materiale disponibile
in Internet, anche per quanto riguarda la Campania, nel sito del
Parlamento [5].
Verso un sistema industriale per la gestione dei rifiuti.
E’ il titolo di un convegno organizzato dalla Commissione
di inchiesta sui rifiuti a Milano insieme alla “Bocconi”
il 29 giugno di tre anni fa, ed è il punto di svolta della
questione rifiuti.
L’apprezzamento e l’impegno per le faticosissime indagini
e le azioni condotte dalle forze dell’ordine e da bravi magistrati
- un lavoro che non dà davvero la “gloria” della
ribalta televisiva - per contenere illegalità e mafia nel
ciclo dei rifiuti non ci ha mai portato ad avere una visione, come
dire, “panpenalista” del problema. Norme chiare e di
livello europeo, controlli seri, sanzioni penali adeguate, come
in tutti i Paesi civili, sono delle condizioni necessarie, delle
pre-condizioni, per impostare un sistema integrato di gestione.
Infatti, in assenza di esse, non c’è bisogno della
mafia per produrre sfasci ambientali, gravidi di conseguenze sanitarie;
ed è la storia che va da Cengio a Porto Marghera, passando
per gli innumerevoli siti dell’Italia del Nord devastati da
imprese che hanno fatto strame della normativa e, in molti casi,
della più elementare decenza.
Ma per affrontare i circa 100 milioni di tonnellate di rifiuti urbani
e di rifiuti speciali (da attività edili e industriali),
prodotte ogni anno in Italia, ci vuole un vero e proprio sistema
industriale: dalla raccolta, dal trasporto e dalla logistica sul
territorio a tutti gli impianti per la separazione, il trattamento,
il recupero, il riciclaggio e il riutilizzo, agli impianti - in
quest’ordine di priorità secondo le normative sia italiane
che europee - di termovalorizzazione. Questo sistema industriale
manca complessivamente nel Paese; parzialmente realizzato in poche
aree del Nord, assai indietro nel Centro, è drammaticamente
assente nel Sud.
La crisi campana. E’ opportuno allora fare
luce su altri aspetti, forse mediaticamente meno eclatanti dei cassonetti
bruciati e della camorra, ma alla radice dell’ennesima crisi
campana.
Da quasi cinque anni tutta la gestione impiantisca dei rifiuti è
nelle mani della società, la FISIA, che vinse la gara d’appalto:
merita forse rilevare che elemento determinante di quella vittoria
era stato il basso prezzo offerto per lo smaltimento, meno di 85
vecchie lire al kg, che veniva rimesso completamente in discussione
nel successivo capitolato, accettato però dalla Regione e
dall’Enel, la società arrivata seconda nella gara,
che si limitava a qualche mugugno (la minaccia di un ricorso al
TAR, poi mai presentato).
In questo periodo sono stati portati a compimento sette impianti
per la separazione dei rifiuti e per la produzione del combustibile
derivato dai rifiuti (CDR): questo CDR non risponde ai requisiti
tecnici previsti dal decreto ministeriale, ma anche se si volesse
bruciarlo in un inceneritore, questo non sarebbe pronto prima di
almeno altri tre anni. Il CDR è stato perciò ammassato
in balle, per un totale di quasi un milione e mezzo di tonnellate,
sottraendo così rilevanti aree dedicate al ciclo dei rifiuti
e diventando una delle cause dell’esplodere della crisi. La
società vincitrice aveva poi scelto nel comune di Acerra,
perché così le consentiva la gara, un sito per il
termovalorizzatore (uno dei due previsti dal piano rifiuti per tutta
la Campania). L’estesa opposizione che ha coinvolto parlamentari
e la stessa curia vescovile, i veri e propri moti popolari contro
questo impianto certificano l’improvvisazione della scelta;
la scarsa credibilità guadagnata sul campo da FISIA è
poi alla base di molte delle reazioni dei cittadini, degli amministratori
e delle associazioni ambientaliste.
Gli aspetti più evidenti della crisi stanno avendo e avranno
soluzione con i convogli ferroviari che continuano il loro trasporto
verso l’Umbria, l’Emilia e la Germania: non è
davvero entusiasmante, ma è l’unica risposta possibile
per rendere meno drammatica la situazione. Già da oggi bisogna
però esser ben convinti che è possibile ridurre in
alcuni mesi il quantitativo dei rifiuti prodotti, con un impegno
serio per raggiungere, seppure con ritardo, l’obiettivo di
raccolta differenziata: il 35% previsto dalla legge. Non è
un’utopia, già nella crisi di due anni fa molti importanti
comuni della provincia napoletana l’avevano raggiunto e superato;
è solo questione di risorse e di capacità organizzativa.
Su questo si è finalmente indirizzata, da alcune settimane,
l’azione del commissariato di governo dismettendo nei fatti
l’attesa, fiduciosa quanto immotivata e perniciosa, che tutto
si potesse risolvere con l’incenerimento - non disponibile,
è bene ribadirlo, prima di almeno altri tre anni - ricorrendo,
qua e là, al recupero emergenziale di alcune discariche:
con una decisione della seconda metà di maggio sono stati
infatti messi a disposizione per tutte le operazioni e le attività
connesse alla raccolta differenziata oltre 100 milioni di euro.
Recupero, riciclaggio, riutilizzo sono le tre priorità su
cui impostare la strategia per costituire un sistema integrato per
la gestione dei rifiuti; che cosa fare della parte residua? La normativa
europea di settore, cui per tanto tempo ci siamo appellati come
ambientalisti, e quella italiana che l’ha recepita, prevedono
anche il ricorso alla termovalorizzazione: certo si tratta di valutarne,
coinvolgendo cittadini e amministrazioni locali, costi, benefici
e rischi nel rapporto con altre tecnologie. Tra i rischi c’è,
notoriamente, quello delle diossine: a questo proposito va ricordato
che per i nuovi inceneritori le specifiche di progetto prevedono
emissioni cento volte inferiori (0,1 nanogrammo per metro cubo)
a quelle degli impianti di prima generazione; assai meno, per intenderci,
delle diossine prodotte dall’incendio dei mille cassonetti.
E quindi, una domanda molto concreta per i cittadini e gli amministratori:
“E’ FISIA all’altezza di queste tecnologie?”
Tra i rischi in Campania c’è anche, e dominante, quello
rappresentato dal fatto che il “partito” del “tutto
in discarica” è governato dalla camorra; e poiché
non c’è nessun comune che accetti, e giustamente, un
grande impianto di discarica nel suo territorio è bene che
anche le riflessioni e le proposte degli ambientalisti tengano conto
di queste realtà, se vogliono, com’è nella migliore
tradizione italiana, avanzare proposte per il governo dei processi
nella direzione della società sostenibile.
Roma, 4 giugno 2003
Massimo Scalia
Per Cbir si intende: “Commissione bicamerale di inchiesta
sui rifiuti”. A partire dalla XIII legislatura (1996 - 2001),
atti e documenti della Cbir sono reperibili in Internet nel sito:
www.parlamento.it , cliccando in alto a sinistra su “organismi
bicamerali”. In questa pagina le commissioni di inchiesta
sono elencate per ultime; per la XIII legislatura basta cliccare
in alto a destra su “legislatura precedente”:
[1] dal doc. 59 Cbir: “Le tecnologie relative allo smaltimento
dei rifiuti ed alla bonifica dei siti contaminati”, approvato
il 7/3/01, relatore sen. Franco Asciutti: “Dei 41 impianti
di termodistruzione operativi molti sono stati costruiti negli anni
settanta e soltanto 7 dopo il 1990; 23 impianti hanno subito un
processo di revamping tra il 1987 e il 1993. Ciò indica la
presenza di un parco inceneritori datato che, nonostante i processi
di revamping, non presenta nel suo complesso sufficienti garanzie
di affidabilità rispetto alle emissioni, in particolare per
quello che riguarda le temperature di esercizio: è noto infatti
che una delle condizioni necessarie per spingere l'abbattimento
delle diossine a un livello inferiore a 0.1 nanogrammi/Nmc - livello
assicurato dalle migliori tecnologie oggi disponibili - le temperature
devono essere adeguatamente elevate (al di sopra dei 1200 oC).
Relativamente ai limiti imposti dalla normativa (D.M 97/503, DM
5 febbraio 1998) per le diossine (0.1 nanogrammi/Nmc), vi è
da rilevare che solo 8 (il 25 percento) impianti Federambiente già
rispettano tali limiti.”
[2] doc. 52 Cbir: “L’istituto del Commissariamento per
l’emergenza rifiuti”, approvato il 21/12/2000, relatore
sen. Giuseppe Specchia;
[3] per termovalorizzazione si intende l’incenerimento dei
rifiuti accompagnato da un recupero energetico: utilizzare, ad es.,
il calore della combustione dei rifiuti per generare, a valle dell’impianto,
potenza termica e/o elettrica fruibile per gli usi domestici (riscaldamento,
corrente elettrica, entrambi);
[4] cfr. Dike n.2, febbraio-marzo 2002;
[5] cfr. doc. 12 Cbir: “Relazione sulla Campania”, approvato
l’ 8/7/1998, relatore dep. Massimo Scalia; doc. 48 Cbir: “I
traffici illeciti e le ecomafie”, approvato il 25/10/2000,
relatore dep. Massimo Scalia. |