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Sul terrorismo

AGL, 21.3.2002

Intanto non sono pazzi. E nemmeno disperati. Fanno politica. Certo, per chi ritiene che fare politica significhi perseguire con strumenti collettivi il bene comune, definire politica la guerra condotta dal terrorismo contro persone inermi, è intollerabilmente sgradevole e sottilmente osceno. Ma il male va guardato - non negato e rimosso - perché sia possibile combatterlo con mezzi adeguati: guardato e capito. E, allora, diciamo subito che l'infame assassinio di Marco Biagi è una consapevole azione politico-criminale, non un atto di "follia irrazionale". Il terrorismo italiano di sinistra si proclama e si vuole comunista (del tutto impropriamente, certo, ma questo è tutt'altro discorso): e il comunismo, da Marx in poi, trova le sue radici e le sue motivazioni nei rapporti di produzione all'interno della fabbrica capitalistica e dell'impresa industriale. Là, tra i lavoratori salariati, il terrorismo di sinistra può svilupparsi e ottenere consensi o può deperire e trovarsi isolato. Così avvenne nel corso degli anni '70: fu all'interno dei reparti operai delle grandi fabbriche del Nord (in primo luogo, Fiat e Pirelli) che le Brigate Rosse ottennero qualche consenso, alcuni proseliti, ma - soprattutto - una notevole omertà o, per lo meno, una diffusa non ostilità. Là le Brigate Rosse nacquero (a prescindere dall'origine largamente "intellettuale" dei suoi fondatori) e là le Brigate Rosse fallirono e, infine, morirono (a prescindere dalle "code" che sopravvissero loro, esattamente come accade ai serpenti). Oggi, lo si può dire con assoluta certezza, il terrorismo che si vuole "operaio" è privo di qualunque (ma proprio di qualunque) consenso tra i lavoratori dell'industria: e persino all'interno di quei movimenti pur disponibili a ricorrere a strumenti illegali di lotta. E' costretto, allora, a cercarlo altrove, quel consenso. Negli ultimi anni, infatti, il terrorismo ha colpito bersagli precisi: luoghi e mezzi propri dell'economia diffusa e, in particolare, del lavoro precario, interinale, atipico. E, da quasi vent'anni, sono diventati bersagli quegli uomini che cercavano - disperatamente, si può dire - di conciliare flessibilità e diritti, nuove regole per il mercato del lavoro e garanzie sociali. Giuste o meno che fossero la loro ricerca e le soluzioni ipotizzate, si trattava di uomini che - tutti - operavano in quella zona così instabile e indifesa che è il nuovo lavoro subordinato, per renderlo meno instabile e meno indifeso. Qui il terrorismo prova a fare politica, oggi, con i suoi mezzi primitivi e feroci. Qui, dove la tutela politico-sindacale è assai esile e i meccanismi di integrazione comunitaria e sociale sempre meno efficaci, e il lavoratore (atipico, stagionale, precario, interinale…) si ritrova solo: qui, il terrorismo ritiene di potersi insinuare. E di potersi insinuare all'interno della protesta operaia, della manifestazione di sabato prossimo e dell'imminente sciopero generale. Il che significa una cosa sola: per sconfiggerlo, questo terrorismo, ci vogliono sindacati più forti, non più deboli. Ci rifletta seriamente chi pensa il contrario.

Luigi Manconi

 


 

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