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A proposito di intellettuali

L'Unità, 12.3.2002

Ettore Scola l'ha messa giù così: "Ma con quali film, con quali programmi televisivi, con quali libri, noi abbiamo risposto all'offensiva berlusconiana?" Propongo a Scola una versione diversa, ma credo coincidente, del suo interrogativo. Ovvero: quali sono stati i prodotti intellettuali che, nell'ultimo decennio, hanno criticato i luoghi comuni, gli stereotipi, gli orientamenti collettivi sui quali si fonda il successo - prima culturale e poi politico - di Silvio Berlusconi? La risposta potrebbe essere: nemmeno uno. E' una esagerazione, certo, ma non così incommensurabilmente distante dalla realtà. In ogni caso, a mio avviso, è questo il criterio da adottare nella discussione in corso sul ruolo degli intellettuali: in caso contrario, l'intero dibattito risulterebbe desolatamente frivolo. E, infatti, se molto si parla di intellettuali, poco - o meglio: proprio nulla - si è detto di cosa fanno gli intellettuali e di cosa possono fare. Dunque, l'urlo sacrosanto di Moretti è sembrato costituire una sorta di modello di azione e di stile e una modalità generale dell'impegno pubblico e dell'intervento culturale. Nulla di più sbagliato. L'urlo di Moretti conserva una sua forza se resta esemplare, ma compiuto e concluso, e non riproducibile. Altrimenti è destinato a diventare maniera, genere letterario, esercizio retorico. Perché mai, infatti, gli intellettuali - cineasti e letterati, in particolare - che chiedono "un'opposizione più dura" dovrebbero essere più significativi degli elettricisti che, magari, pretendono "un'opposizione più dialogante"? La differenza tra il peso delle due richieste e tra la forza delle due categorie (intellettuali ed elettricisti) non può consistere esclusivamente nella maggiore "visibilità" (chiedo scusa per la trivialità del termine) dei primi. Tale visibilità acquista un senso se - e solo se - interferisce con la produzione di idee e, direttamente o indirettamente, con l'azione pubblica. L'urlo di Moretti è stato capace di questo, ma la sua forza si compie con l'urlo stesso (si conclude, alla lettera, con la sua eco). Dopo, è tutt'altro discorso. Ed è qui, invece, che gli intellettuali tacciono. Tacciono completamente. Si può dire, addirittura, che più parlano e più tacciono. Il motivo è semplice. In ogni occasione (incontro con il segretario dei Ds, interviste, articoli, assemblee…) gli intellettuali parlano di ciò che hanno fatto e fanno i leader politici e di quanto loro, gli intellettuali, condividano o non condividano: o potrebbero finire col condividere. Non parlano in alcun modo di ciò che fanno essi stessi, gli intellettuali, e di ciò che potrebbero fare. Autonomamente e in quanto intellettuali. Non parlano della propria produzione; non parlano di ciò che è proprio della condizione materiale dell'intellettuale e della sua specifica attività; non parlano dei contenuti del proprio lavoro. Li capisco: più facile, assai più facile, è parlare di Silvio Berlusconi. Ma in questa attività - "parlare di Silvio Berlusconi" - quale mai sarebbe la peculiarità del discorso intellettuale, la sua qualità e la sua radicalità? C'è il rischio, in altri termini, che il "parlare di Berlusconi" svolga una funzione surrogatoria (di altri più circoscritti, puntuali e radicali discorsi e azioni) e, in ultima analisi, un ruolo consolatorio.
E allora, proprio grazie al fatto che la "questione degli intellettuali" è vecchia come il cucco e tutto già è stato detto, vorrei provare a ridurre il ragionamento ai suoi termini essenziali. Che, poi, sono questi. Oggi (ma ieri, appunto, non era tanto diverso) sono tre, grossomodo, le possibili funzioni dell'intellettuale. Una formativa, una ideologica, una militante.
Premesso che, in tutt'e tre i casi, cruciale è la qualità dell'opera, si può dire che la prima funzione corrisponde alla grande - preziosa e misconosciuta - attività di formazione collettiva, svolta in primo luogo dagli insegnanti (dalla scuola materna all'università) e, poi, da un ampio ventaglio di operatori della formazione/informazione (dagli allenatori sportivi ai giornalisti agli ideatori dei sistemi informatici).
La seconda funzione, quella ideologica, è relativa al racconto del mondo, elaborato dagli intellettuali attraverso i diversi generi e le diverse tecniche della narrazione.
La terza funzione, quella militante, ha il suo archetipo - in età contemporanea - nel "caso Dreyfus". Sia chiaro: si tratta di imperdonabili ovvietà, ma rilevo che, altrettanto imperdonabilmente, esse vengono dimenticate, nonostante che gli intellettuali incontratisi con Piero Fassino siano tutti collocabili - per mestiere e per vocazione - nella seconda e nella terza categoria. Tanta distrazione si spiega, forse, col fatto che quelle funzioni (ideologica e militante) sono state abbandonate: e da due buoni decenni, almeno. Tanto più oggi. E oggi, va detto, il primo obiettivo del "berlusconismo" non sono le rogatorie (questione fondamentale, certo, ma successiva): il primo obiettivo è il senso comune, la mentalità collettiva, "lo spirito pubblico" della nostra società. Bene, senza tanti giri di parole, quale contributo materiale alla critica del senso comune in formazione è stato fornito, negli ultimi anni, dagli intellettuali? Quale elemento della mentalità collettiva - in tema di immigrazione e ordine pubblico, di tossicodipendenze e di detenzione - è stato criticato con gli strumenti propri degli intellettuali? E quale battaglia "dreyfusiana" è stata condotta a tutela di una sola vittima di una sola ingiustizia? Davvero non ne rammento mezza (ma forse sono smemorato o distratto: e, in tal caso, chiedo scusa); e l'eccezione rappresentata dal film sul G8 di Genova richiede un discorso a parte.
Lidia Ravera ha opportunamente ricordato la vicenda di Adriano Sofri, ma prescindiamo pure da quel nome: c'è un solo intellettuale che abbia rilevato - una sola volta, in un solo articolo, in un solo intervento pubblico - che nelle carceri italiane ci si ammazza 15/17 volte più di quanto si faccia fuori? C'è un solo intellettuale - a parte Moni Ovadia, Sergio Staino e Marco Paolini - che abbia trovato il tempo di visitare un centro di permanenza temporanea per immigrati e, su questo, abbia voluto scrivere un articolo, condurre una campagna, fare uno sciopero della fame (anche contro gli esponenti del centrosinistra che, quei luoghi di detenzione, hanno difeso)? E' mai possibile che solo la tracotante illegalità di Silvio Berlusconi e del suo governo siano meritevoli di "indignazione"?

Luigi Manconi

 

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