Abbiamo partecipato alle manifestazioni
che denunciavano lo stravolgimento della giustizia a favore di ricchi,
potenti e malavitosi, sottolineando la totale indifferenza del governo
per come la macchina della giustizia continui a perseguire e mortificare,
quotidianamente, i senza nome e i senza avvocato, i povericristi
e gli stranieri, i tossicomani e i non garantiti.
Abbiamo ritenuto importante (culturalmente ancor prima che politicamente)
che si mobilitassero milioni di cittadini in nome non solo della
tutela dei lavoratori, ma - più in generale - per la difesa
dei diritti delle persone; e proprio questo pensiamo sia il terreno
su cui ci si deve impegnare nei prossimi mesi, mentre è all’ordine
del giorno il tema dell’ Europa e della sua Costituzione.
Crediamo, in accordo con la risoluzione del Consiglio d’Europa
del 1999, che “la tutela dei diritti fondamentali” -
oltre a costituire uno dei principi fondatori dell’Unione
– sia il presupposto indispensabile della sua legittimità.
I “diritti fondamentali” sono dunque il principio e
il fine dell’Unione, non un ‘potere’, per quanto
democratico esso voglia essere: e, tra i poteri e i diritti, le
scelte non sono ovviamente equivalenti o neutre.
Nel corso della storia degli uomini e delle istituzioni, nella tradizione
degli Stati europei la forma delle Costituzioni si è disegnata
intorno ai poteri e al loro equilibrio, da lì deducendo i
diritti dei cittadini. Si è affermata, insomma, quella concezione
che riconosce allo Stato, sovrimposto agli individui, una superiore
‘razionalità’, capace, appunto, di regolare i
rapporti tra i singoli e i loro diritti.
Al contrario, noi sosteniamo che non ci sono oggi ‘nemici’
esterni o interni che forzino la mano a confermare quella impostazione:
non hanno alcun senso oggi atti di forza o tagli traumatici con
le vecchie appartenenze, quali ogni potere costituente che nasca
da una guerra o da una rivoluzione ha richiesto.
Partiamo dalla Carta dei diritti fondamentali, quella varata a
Nizza nel dicembre del 2000, e dalle prime righe del Preambolo:
i popoli europei - al plurale - “nel creare tra loro un’unione
sempre più stretta, hanno deciso di condividere un futuro
di pace fondato su valori comuni”.
In quel decidere di condividere c’è una presa di distanza
da ogni idea della legittimazione politica che possa provenire da
una qualche forma di fondamento politico-istituzionale di natura
statuale. Decidere di condividere: c’è una recisione
e un legame: quello che si recide è dentro una tradizione
e un passato di Stato nazionale; quello che si crea è verso
un’idea della comunità politica che si vuole costituire.
Per noi, decidere di condividere un “futuro di pace”
è esattamente questo: giurare su un diritto fraterno, senza
sovrani da abbattere né sacrifici della propria storia e
della propria identità da sopportare. In quella decisione
per la pace noi leggiamo la volontà di allontanarsi da una
sovranità centrale, pre-potente, che nasce dall’idea
del vincitore di una guerra o del trionfatore di una rivoluzione.
In quella decisione per la pace prendiamo le distanze dal volto
violento e guerresco dello Stato nazione, che l’Europa ha
ben conosciuto.
Tutto questo impegna e rende responsabili più di qualsiasi
altro fondamento. Il Preambolo ricorda, appena qualche frase più
avanti, che al centro di questi valori condivisi vi è la
persona. Vogliamo sottolineare: la persona, non il cittadino. Il
riconoscimento della persona come titolare di diritti fondamentali,
che ogni istituzione dovrà rispettare, è la fonte
di responsabilità e doveri all’interno e all’esterno.
I diritti fondamentali accomunano: vivono di dimensioni di inclusività,
non di esclusività. Ovvero: posso godere della qualità
della vita soltanto se contemporaneamente ne godono tutti gli altri.
Per questo soltanto i diritti fondamentali richiedono e assicurano
universalismo e uguaglianza. L’orizzonte diventa quello della
“comunità umana e delle generazioni future”:
la decisione di condividere valori comuni produce stili di vita,
che mettono in gioco non l’arroganza miope di una nuova nazione,
magari più grande, ma un altro modo di considerare l’essere
politici.
Ne consegue, in altri termini, che il cosmopolitismo moderno non
trova altro luogo per realizzarsi che quello di una comunità
senza gli Stati e le loro “piccole patrie”.
Questa lettura della Carta dei diritti di Nizza è quasi
letterale; ne abbiamo evidenziato appena gli aspetti che più
significativamente incorporano una concezione moderna, attuale,
che riconosciamo e rivendichiamo come tributaria di una visione
e di un pensiero ecologisti: l’individuo, la persona - e non
i poteri dello stato-Nazione - come centro di imputazione di diritti
fondamentali; la grande responsabilità che ne consegue e
che si estende alle generazioni future; la dimensione dell’inclusività
contrapposta a quella dell’esclusività.
Sappiamo che questa visione è ancora considerata da molti
come pericolosa utopia; sappiamo che le ‘piccole patrie ’,
gli interessi loro e delle corporazioni che rappresentano tesseranno
una rete (sottile ma ferrea) perché l’equilibrio degli
Stati e dei poteri diventino i principi sovraordinati ai diritti
fondamentali delle persone.
Ma questo è, appunto, lo spazio di una grande battaglia ideale
che ci impegniamo a condurre nei mesi che abbiamo davanti, insieme
a tutti coloro che la vorranno fare, in Italia e in Europa.
Un altro impegno deriva da questi punti generali, un impegno che
vogliamo così proporre ed esplicitare. Il dibattito sul rapporto
tra diritti e politica va sottratto alla ‘provincia del diritto’:
e questo comporta che la battaglia, necessaria e utilissima, contro
la riformulazione del diritto a uso di interessi privati di profilo
bassissimo, quando non criminoso, rischierebbe di risultare inadeguata,
se a ciò si limitasse. Tutto finirebbe, infatti, col ruotare
intorno al ‘processo’ e alle questioni di procedura;
e di tale natura sarebbero anche le garanzie a difesa dei diritti.
Sfuggirebbe completamente, insomma, l’aspirazione a un ‘giustizia
giusta’ – o meglio: buona - che deve avere al suo centro
le grandi questioni di merito: i diritti che riguardano l’ambito
della civile convivenza, famiglia e società; i diritti generali
e diffusi, salute e ambiente; i diritti alla realizzazione della
propria persona e al lavoro; e poi, le pene e le sanzioni, piuttosto
che le procedure.
Ricostruire, quindi, un universo di garanzie che non abbiano come
unico oggetto il diritto processuale, è una risposta più
ampia e più forte a chi ha cercato – con successo,
purtroppo – di piegare a proprio favore l’ordinamento
giudiziario. Questa ricostruzione è difficile e complessa:
a essa ci dedicheremo, nella consapevolezza dell’esiguità
delle nostre forze, ma con la fiducia in una prospettiva irrinunciabile
e urgente.
Eligio Resta, Tommaso Cottone, Luigi Manconi, Massimo Scalia,
Angelo Algieri, Antonio Andreozzi, Aurelio Angelini, Pierluigi Capone,
Corrado Carrubba, Franco Corleone, Antonio Cortese, Lino De Benetti,
Tommaso de Pascalis, Corrado Giuliano, Giovanni Gori, Susanna Marietti,
Gianni Mattioli, Fernando Petrivelli, Marco Petrocelli, Italo Reale,
Gabriella Reillo, Fiorenzo Santoro, Elvira Tamburelli, Gianfranco
Tamburelli |