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Assemblea del Movimento Ecologista
Il Ponte sullo Stretto

Assemblea 2002
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di Massimo Scalia
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Note sull'inquinamento elettromagnetico (formato pdf, 177kb)
a cura di Gianni MATTIOLI

GRUPPO DI LAVORO SULLE POLITICHE AMBIENTALI
Tonella DORO, Gianni MATTIOLI, Massimo SCALIA, Massimo SPERINI

Le risolute dichiarazioni di Berlusconi o del ministro Lunardi per la realizzazione del ponte sullo Stretto di Messina andranno ad arricchire il cimitero di fatue proclamazioni che periodicamente hanno scandito la storia di questa opera? Negli ultimi anni, alcuni – ci provò anche l’ultimo mini- stro dei LL.PP. dell’Ulivo, Nerio Nesi – hanno pensato di potersi ascrivere il merito di “costruttori del ponte”,ritenendo che la sua lunga e travagliata storia fosse il risultato dell’opposizione degli ambientalisti, dei Verdi, da ricondurre a ragione con un atto decisionista. In realtà, motivazioni di altra natura – difficoltà tecniche, oneri finanziari – hanno sin qui costituito gli ostacoli fondamenta-
li, certo oggettivamente alleati di quanti, in Sicilia, in Calabria, in Italia, hanno posto l’interrogativo se avesse senso, in nome di benefici che non c’erano, trasformare in immagini americane o danesi le coste dinanzi alle quali incrociarono le navi di Ulisse e di Enea.
Ricordiamo la storia. Gli anni dal 1969 al 1985 vengono impiegati in adempimenti organizzativi (nascita della Società Stretto di Messina, concessione, ecc.) e nella messa a punto del progetto di massima, che nel 1997 il Consiglio Superiore dei LL.PP. giudica idoneo al passaggio alla progettazione esecutiva. Tale giudizio non viene tuttavia condiviso né dalla Commissione ANAS né dalla Delegazione di Alta Sorveglianza delle F.S. ed, in verità, anche il Consiglio Superiore dei LL.PP. accompagna il suo parere positivo con richieste di approfondimenti tecnici fondamentali – dal punto di vista geotecnico, sismico, progettuale ed economico-finanziario – secondo la consuetudine “politica” del suo presidente, Misiti,(si veda , ad esempio , la vicenda dell’Auditorium di Roma), di spostare alla fase esecutiva i problemi più difficili.
Di fronte a questa situazione, il ministro dei LL.PP. Micheli decide, in accordo con il CIPE, di ricorrere al parere di advisor da individuare con gara europea, ai quali porre i quesiti da approfondi- re. Effettuate le gare, le risposte arriveranno nel gennaio 2001. Come si vede, non c’è traccia, in questo iter di vicende istituzionali, di opposizione ambientalista. Piuttosto, varrebbe la pena che gli autori di appassionati lamenti su “l ‘ Italia che non decide” rivolgessero la loro investigazione sull’ammontare, invero considerevole – oltre 130 miliardi -, di risorse pubbliche speso sin qui dalla Società dello Stretto per ottenere un progetto di massima così carente.
Ma vale la pena di riportare, per la sua chiarezza, il parere conclusivo dell’ advisor che mette a confronto, dal punto di vista economico, la realizzazione del ponte e la alternativa rappresentata dal potenziamento della multimodalità (strada e ferrovia + traghetto, aereo, nave).(1)

“Le tendenze del traffico non verranno significativamente modificate dalla disponibilità del ponte come itinerario alternativo: è questa la principale ragione per cui l’utilizzo del ponte come itinerario alternativo rimane modesto.” (pag.7)
“Il grado di utilizzo medio del ponte sul versante stradale sarà estremamente limitato anche dopo vent’anni di attività. Il progetto ponte non altera significativamente con la sua esistenza il forte favore del mercato per i trasporti via mare e via aereo né gode di un mercato sufficientemente ampio.” (pag.11)
“Il costo del progetto ponte eccede per quasi 7.000 miliardi quello del progetto multimodale…
A seguito degli alti costi e del basso grado di utilizzo stradale prevedibile per il ponte, tale operazione dovrebbe avvenire con un onere pubblico totale attorno ai 6.500 miliardi, ossia non meno di 4.000 miliardi in più del costo del progetto multimodale.” (pag.21)

In effetti, già nel 1998 uno studio di Mediocredito indicava con il termine significativo di “Disaster case” un’ipotesi di flusso di traffico che, pure, aggiungeva ad uno scenario di crescita significativa del traffico di merci e passeggeri attraverso lo Stretto un ulteriore traffico “generato” di passeggeri del 13%, indotto dalla presenza della nuova struttura: Disaster case questa prospettiva, secondo Mediocredito, poiché i pedaggi previsti non avrebbero potuto remunerare gli investimenti dei privati, senza un ulteriore intervento pubblico.
Questo quadro è ben presente oggi all’investitore privato, restio dunque ad intervenire sino a quando non avrà strappato appropriate condizioni al governo. Ma non è questa la scelta che suggerisce l’ Europa, che ha spesso indicato per le grandi reti di comunicazione la multimodalità: chi oggi invierebbe merci, una volta passate le Alpi, su un Tir giù lungo la penisola, quando esiste naviglio veloce che, in tempi confrontabili, copre le “autostrade del mare”, da Genova o da Napoli a Palermo e da Trieste o da Venezia a Catania?
E ancora,- ricorda l’advisor (pag. 18) – “di entità limitata sono gli effetti occupazionali diretti…e in ogni caso più elevati (oltre 1000 occupati in più) a regime quelli della prospettiva multimodale.”

Non sembra dunque venire dall’advisor citato una valutazione a sostegno del progetto e Giuliano Amato, nonostante la furiosa pressione di Nesi, concluse che il governo (il successivo!) avrebbe fatto bene ad aggiungere agli elementi di giudizio su cui basare la decisione un’accurata ricognizione nel capitale privato per saggiare le disponibilità.
Negli ultimi mesi, mentre si è confermato lo scarso interesse dell’investitore privato, si profila l’ipotesi, vista con crescente interesse negli ambienti governativi – e, in particolare, dal ministro Lunardi -, di finanziare almeno in parte la costruzione del Ponte con i soldi dell’IRI in liquidazione, per il quale è stata decisa la fusione in Fintecna. “Il ricorso ai fondi dell’IRI – scrive il “Corriere della sera” (31 ottobre 2002) – avrebbe una serie di vantaggi: infatti, nonostante le difficoltà della finanza pubblica, i soldi sarebbero concretamente disponibili, dal momento che l’IRI in liquidazione (e cioè Fintecna) ha in tasca più di tre miliardi di euro e, siccome sono fuori dal bilancio dello Stato, non incidono nemmeno sui parametri del Patto di stabilità europeo. Per di più, il ricorso ai fondi dell’IRI risulterebbe per lo Stato certamente meno costoso del ricorso al finanziamento dei privati, a fronte di un rientro dell’investimento così lontano nel tempo”.

In conclusione: hanno diritto Calabria e Sicilia a richiedere investimenti significativi, ma, siano essi pubblici o privati, come giustificare la priorità del ponte per Regioni che hanno ben altre drammatiche urgenze: dalle infrastrutture (ferroviarie, stradali) alle risorse idriche, alla riqualificazione urbana, in particolare antisismica?
Emerge così l’unica motivazione a favore del ponte, sottolineata dall’advisor (pag.21):”La soluzione del ponte è superiore a quella multimodale sul piano della visibilità istituzionale e dell’immagine del Mezzogiorno.” Ohimè, dunque, su quel piano della vendita di fumo, in cui i cultori dell’immagine saldano la loro alleanza con il ceto politico del Mezzogiorno.

(1) Ministero dei LL.PP.,Di.Co.Ter.:”Collegamento Sicilia-Continente, consegna dell’Executive Summary predisposto dall’Advisor, 15 gennaio 2001, Relazione di accompagnamento redatta dalla Amministrazione.

 

 

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