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a cura di Gianni MATTIOLI
Per un contributo del Movimento Ecologista alla costruzione
di un’intesa programmatica tra le forze di centro-sinistra.
GRUPPO DI LAVORO SULLE POLITICHE SOSTENIBILI
Nicoletta MARIETTI, Gianni MATTIOLI, Natale RIPAMONTI,
Massimo SCALIA, Riccardo VARANINI
Premessa
L’obiettivo di dare unità alle forze di opposizione
al centro-destra deve essere pensato alla luce, innanzi tutto, della
evidente inadeguatezza delle culture – pur storicamente importanti
– delle singole forze ad interpretare questa società
complessa, ma anche alla luce delle esperienze fallimentari del
recente passato, quando cioè si è rinunciato al tentativo
di partire dalla costruzione di linee programmatiche comuni: la
alleanza con Rifondazione Comunista, ad esempio, uscita dalla “desistenza”
del ’96, non ha retto alla prova di governo e, successivamente,
alle elezioni politiche del 2001, non si è riusciti neppure
a pervenire ad un accordo elettorale con le forze esterne all’Ulivo.
Ma anche l’attuale incapacità della coalizione a trovare
forme unitarie di rappresentanza non va forse ricondotta al fatto
che sin qui ci si è sempre e solo limitati a prendere atto
dell’eterogeneità di posizioni ideologiche e programmatiche
oggi presenti nella coalizione? Ciò suggerisce, a quattro
anni dalle prossime elezioni, di lavorare invece con convinzione
e con intelligenza ad un confronto che permetta di individuare alcuni
punti di convergenza programmatica, che possano offrire il supporto
all’unità per una coalizione di centro sinistra.
Ingenuità, utopia? Percorso obbligato, piuttosto, se non
si vuole rimanere agli appassionati, quanto velleitari proclami.
Si tratta dunque di individuare alcuni punti di partenza semplici
e chiari e con coerenza svilupparne le implicazioni: su ciò
basare poi le proposte di programma. Può essere utile partire
proprio dall’idea di riformismo: anche il centro-destra parla
di riformismo e dunque è necessario esplicitare con chiarezza
quale prospettiva di riforme caratterizza invece le forze del centro-sinistra
e la loro unità.
Queste forze hanno in comune l’aspirazione a produrre nella
società un cambiamento e precisamente il cambiamento che
realizza una società più giusta, nella quale sono
resi effettivi i diritti di cittadinanza e garantite a tutti pari
opportunità. Non si tratta dunque di confrontarsi sul fatto
se la rottura del capitalismo debba costituire l’alternativa
immediata o meno, ma individuare alcune grandi riforme di alto profilo.
In questo quadro vogliamo far vedere il ruolo centrale che può
svolgere la tematica dei diritti di cittadinanza e della sostenibilità,
non solo come vincolo, ma anche come opportunità positiva.
Non ci occupiamo dunque di tutto, ma di ciò su cui ci sembra
di avere qualche cosa di utile da dire.
Diritti di cittadinanza e sostenibilità
Diritti di cittadinanza e sostenibilità rappresentano un
binomio che unisce una forte caratterizzazione etica e sociale con
una lettura della realtà che la cultura ambientalista ha
portato a straordinaria concretezza, “vestendo” la sostenibilità
ecologica di quegli elementi inscindibili di equità sociale,
di inclusione maggiore nei diritti di cittadinanza e di partecipazione
per tutti quelli che oggi ne sono emarginati ed esclusi .
Diritti di cittadinanza: ma nella loro interezza, secondo la concezione
che da ultimo ha ispirato, pur con lacune ed ambiguità, la
scrittura della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione
Europea del 2000. Non basta cioè elencare diritti politici
e civili: di pari importanza sono i diritti sociali ed economici
– la salute, l’educazione, il lavoro, l’abitare
– veri e propri prerequisiti della democrazia, senza i quali
democrazia e libertà restano infingimenti. Si tratta di un
insieme di diritti inscindibili e questo va ribadito con forza in
un tempo in cui la giusta enfasi con cui si proclama il valore della
libertà non sempre si accompagna ad altrettanta attenzione
alle condizioni che permettono ad essa di essere libertà
per tutti.
Ed è appunto quando si considera il contesto reale di queste
nobili affermazioni che la condizione della sostenibilità
si presenta come il limite oggettivo con cui si devono fare i conti,
sia dal punto di vista della nostra condizione di vita nel pianeta,
sia dal punto di vista delle implicazioni stringenti che ne derivano
per l’organizzazione sociale, per l’economia, per la
politica.
Le condizioni della sostenibilità
Per molto tempo la questione ambientale è stata confinata
in un ambito di motivazioni etiche e culturali, permettendo all’opinione
pubblica, al decisore politico, di ignorarne l’urgenza, nonostante
che già trenta anni fa le curve dei limiti dello sviluppo
disegnate dal rapporto del Mit avevano messo in evidenza la drammatica
necessità di riconsiderare il modello di sviluppo dei paesi
“avanzati”.
In questo ultimo anno, tuttavia, alcuni fatti eclatanti hanno imposto
il problema della sostenibilità in modo perentorio, a partire
da questioni, certo ben note, ma delle quali non si era colta appieno
la pericolosità.
1.L’ effetto serra. Il fenomeno si manifesta oggi in tutta
la sua gravità, non come vaga previsione nel futuro di aumento
della temperatura al suolo del pianeta, ma come sconvolgimento attuale
della stabilità dei cicli climatici che dà luogo ad
eventi meteorologici estremi, quanto imprevedibili. Per recuperare
la stabilità dei cicli è necessario intervenire subito,
in particolare sul sistema di produzione ed uso dell’energia.
2.L’11 settembre ha messo in evidenza quanto sia odiata la
cittadella dei paesi ricchi, la cui ricchezza si fonda in particolare
su meccanismi di spoliazione delle risorse fisiche del pianeta nei
confronti del resto del mondo: può essere stabile un mondo
in cui, ad esempio, 600 milioni di abitanti (noi) consumano tanta
energia quanto gli altri 6 miliardi di abitanti? La guerra permanente
appare così la condizione inevitabile.
Dunque la questione dello sviluppo sostenibile, della società
sostenibile non riguarda più soltanto l’alto profilo
morale dei nostri doveri nei confronti delle generazioni future,
ma riguarda noi oggi e si riassume nell’imperativo di confrontare
i nostri modelli di sviluppo dell’economia , del benessere,
dell’occupazione con la loro compatibilità a fronte
di paesi in crescita accelerata, Cina o India per esempio: i nostri
modelli sono praticabili da un milione di cinesi?
Stravolgimento pericoloso dell’ecosistema planetario, regole
pericolose di distribuzione delle risorse impongono dunque il cambiamento
e tuttavia questa necessità di cambiamento è già
presente da tempo a fronte di una vera crisi strutturale del nostro
sistema produttivo. L’analisi che Delors disegnava nelle pagine
del Libro Bianco del 1993, quando in tutti i paesi industrializzati
si profilava lo scenario della disoccupazione legata all’aumento
incessante di produttività del lavoro indotta dall’innovazione
tecnologica, già approdava alla conclusione che sarebbe stato
illusorio aspettarsi dai settori produttivi tradizionali nuovi processi
di espansione, che potevano venire invece dalla fabbrica di qualità
della vita, dalla sostenibilità appunto.
In conclusione, dunque, si tratta di mettere a confronto elementi
di carattere propriamente strategico.
Da una parte vi sono gli indirizzi – ovviamente diversi tra
forze di centro-destra e di centro sinistra – che comunque
puntano al rilancio dei settori produttivi esistenti: questi indirizzi
incontrano difficoltà, sia che si tratti di rilancio delle
opere pubbliche che dei consumi individuali. Difficile infatti riproporre
cementificazioni in un paese che ha già oltre 400.000 Km
di strade extraurbane e 5 milioni di alloggi sfitti. Lo sviluppo
in questi settori non potrà essere quantitativo, ma richiede
piuttosto interventi di razionalizzazione intelligente. Difficile
anche aspettarsi risposte risolutive dall’espansione dei consumi
individuali, delle famiglie, per i motivi prima ricordati.
E’ qui che si profila la prospettiva del soddisfacimento dei
diritti di cittadinanza e della salvaguardia ambientale nella valenza,
non solo di scelta etica e politica, ma di straordinaria opportunità
economica, verso la quale promuovere lo spostamento di parte significativa
del sistema produttivo.
Ingenuità? Utopia? In realtà questo spostamento è
già in atto se è vero che parte consistente della
occupazione creata negli ultimi anni è venuta proprio dai
servizi di cura alla persona, dalla riqualificazione edilizia ed
urbana, dalla salvaguardia ambientale. Si tratta dunque di assumere
questo indirizzo di politica economica, non certo come onnicomprensivo,
ma come indirizzo importante, non più come elemento di nicchia
legato a motivazioni puramente etico-politiche, ma come settore
decisivo dell’economia, opportunamente attrzzato, ma non protetto.
Gli strumenti per l’intervento
Quali strutture? quali risorse economiche? quali alleanze?
Il campo di interventi indicato riguarda la sanità, la scuola,
la casa, la riqualificazione delle città e del territorio,
la mobilità, la salvaguardia ambientale (aree protette, risorse
idriche, difesa del suolo, rifiuti), l’energia.
Lo spostamento di risorse finanziarie e di lavoro verso settori
di “ben vivere” – salute, ambiente, città
– non è certo una idea nuova, anzi da tempo si è
articolata in proposte, disegni di legge, contributi alla legge
finanziaria. Lo schema generalmente seguito è stato quello
dell’impiego di risorse pubbliche, con la conseguenza di configurare
settori protetti, fuori dalla dinamica dell’economia e perciò
del tutto marginali. Come si è detto, non stiamo parlando
di questo.
Si tratta di costruire una proposta, certo orientata politicamente,
ma che possa rappresentare il punto di convergenza reale di interessi
diversi, pubblici e privati, e possa attrarre progressivamente quote
sempre più consistenti di lavoro e di risorse.
Questa impostazione è decisiva e non se ne sottovaluta certo
la valenza politica. E’ una risposta alla ipotesi: per governare
nella società reale, con la sua complessità sociale,
bisogna trovare punti di convergenza di interessi diversi. Si tratta
di verificare se il punto di convergenza individuato sposta il baricentro
secondo la prospettiva che abbiamo scelto: la realizzazione dei
diritti di cittadinanza in condizioni di sostenibilità. Scelto
questo contesto, si va a cercare lo schema più appropriato.
In questa prospettiva, lo schema della legge 36 del 1994, relativa
alle risorse idriche, può rappresentare uno schema organizzativo,
istituzionale, finanziario assai interessante. Esso può essere
migliorato e da esso si può partire per applicarlo ad altri
settori, con tutte le variazioni dettate dalle specifiche diversità.
Garantire l’acqua in termini efficienti e dignitosi, riorganizzando
anche radicalmente i meccanismi sociali della sua utilizzazione,
è una condizione essenziale sia per una migliore qualità
della vita, sia per uno sviluppo industriale, agricolo, turistico
più moderno.
Come è noto, l’idea di fondo della legge 36 è
quella di separare l’indirizzo politico dalla gestione, attraverso
i passaggi seguenti.
1.L’acqua è bene pubblico.
2.Spetta all’autorità politica, all’amministrazione
locale (di area vasta: è l’Ambito Territoriale Ottimale)
redigere il piano di utilizzazione della risorsa idrica, nel suo
ciclo integrato: captazione, distribuzione, uso, smaltimento, recupero,
depurazione, riciclo. Il piano conterrà l’individuazione
di massima degli investimenti necessari e delle tariffe e soprattutto
indicherà le fasce sociali deboli, alle quali riservare tariffe
privilegiate.
3.La gestione di questo piano viene messo a gara tra imprese (private
o, eventualmente, anche pubbliche o semipubbliche).
4.Comitati di utenti, istituzionalmente riconosciuti, esercitano
il controllo affinché servizio reso e tariffa esatta siano
in accordo con quelli per cui fu vinta la gara.
Siamo dunque di fronte ad uno schema in cui il bene pubblico, il
servizio pubblico può essere affidato, a seguito di gara,
anche al privato. Si tratta di un punto cruciale, se la strategia
è quella di stabilire punti di convergenza con interessi
diversi, ma è anche un punto tutt’altro che pacifico
nella cultura della sinistra. E tuttavia, proviamo a separare gli
obiettivi che vogliamo affermare, dalla questione pubblico/privato.
La scelta è quella di sostenere i ceti sociali più
deboli, favorire l’innovazione e l’occupazione, salvaguardare
l’ambiente: questa scelta coincide con la difesa, ovunque
e comunque, della responsabilità, della gestione pubblica
del servizio pubblico? L’esperienza non va in questa direzione.
La gestione pubblica dell’acqua, ad esempio, con le 13000
aziende pubbliche a cui era pervenuta, non ha impedito che in gran
parte d’Italia, ed in particolare per le fasce sociali inferiori,
ben poco sia stato fatto per assicurare la disponibilità
dell’acqua. E, quanto all’Enel, decenni di proprietà
e di gestione pubblica non hanno impedito lo sfacelo dell’industria
elettromeccanica italiana, né l’assenza di una politica
delle fonti energetiche rinnovabili almeno lontanamente confrontabile
con quella seguita ad esempio in Germania.
Ciò che interessa dunque è la politica delle tariffe
o dell’innovazione tecnologica o della salvaguardia ambientale,
non se la struttura che la realizza sia pubblica o privata. Di più:
lo scontro “pubblico/privato” è fuorviante, rischia
di essere uno schermo che evita la messa a fuoco delle vere questioni
e del vero scontro: che deve essere affrontato in modo chiaro, poiché
allora è possibile costruire il consenso.
Lo schema qui presentato della legge 36 è, come detto, soltanto
un punto di partenza, da generalizzare in forme appropriate, che
dovrebbero essere delineate sempre meglio attraverso il confronto
aperto e democratico con tutti i soggetti portatori di competenze
e di interessi, pervenendo così ad una scrittura concertata
del piano. E, del resto, assetti organizzativi che vanno in questa
direzione – come ad esempio le società ad economia
mista – sono già stati proposti, in particolare nell’ambito
della riqualificazione urbana.
Qualora poi, per investimenti di carattere straordinario o per rafforzare
la tutela delle fasce sociali più deboli attraverso sgravi
nella tariffa, fosse necessario fornire un contributo finanziario
al gestore, l’amministrazione locale potrà ricorrere
alla fiscalità attraverso una specifica tassa di scopo, introdotta
in virtù dell’autonomia impositiva.
Particolarmente impegnativa ovviamente è la trasposizione
di questa linea di intervento nel caso dei settori della scuola
e della sanità, settori in cui il ruolo del privato pone
i problemi che è superfluo qui ricordare. Ma va ricordato
che la condizione politica preliminare di questa strategia –
attuare diritti di cittadinanza – ha evidentemente precise
implicazioni sulla redazione del piano da parte dell’autorità
politica. E’ lo stesso schema della legge 36 a prevedere,
per rispondere a necessità e situazioni che il legislatore
intende garantire, la possibilità di ricorrere ad “una
pluralità di soggetti e di forme”. Ciò appare
di particolare importanza nel caso della sanità, quando si
voglia salvaguardare “le forme e le capacità gestionali
di organismi esistenti che rispondano a criteri di efficienza, di
efficacia e di economicità”.
E ancora: assai interessante potrebbe risultare affrontare secondo
questo schema anche il caso del diritto all’informazione:
le vicende presenti mostrano infatti in modo clamoroso quanto possa
essere illusorio accoppiare il diritto all’informazione al
carattere pubblico, ad esempio, di reti televisive e quanto potrebbe
risultare più produttivo fissare regole di comportamento
limpidamente condivisibili per chi voglia utilizzare la concessione
di frequenze.
Considerazioni finali
Si disegna così uno scenario di attività produttive
legate al “ben vivere”, che potrà convivere con
le produzioni tradizionali finalizzate ai consumi, con qualche chance
di assumere dimensione e solidità crescente, anche dal punto
di vista dell’innovazione tecnologica e dell’esportazione.
Qualcuno osserverà avventatamente che dalla fabbrica di qualità
della vita è difficile che venga innovazione tecnologica
e tantomeno merci da esportare. Osservazione superficiale giacché
i comparti elencati – energia, mobilità, tecnologie
di intervento sanitario e ambientale, ecc. – sono già
tra i settori di punta per l’innovazione scientifica e tecnologica
e, per rimanere all’esempio dell’acqua, la qualificazione
raggiunta nella gestione stessa della risorsa proietta le imprese
– francesi, in particolare – nell’agone della
concorrenza in campo internazionale, ove vendono i loro servizi.
Le tecnologie di intervento ambientale necessitano di conoscenze
avanzate, sia delle scienze biologiche, di assetto del territorio,
di conoscenza dei cicli vitali, di conoscenza della terra, sia di
soluzioni avanzate che utilizzino e combinino, in termini originali,
tutte le potenzialità che le nuove tecnologie dell’informatica,
delle telecomunicazioni, dell’ingegneria del territorio, offrono
allo scienziato, al geologo, all’ingegnere, al biologo, all’agronomo.
Scienze e tecnologie di intervento ambientale sono in pieno sviluppo,
e la domanda potenziale non potrà che aumentare in modo esponenziale
nei prossimi decenni, a fronte di un aumento della sensibilità
e dei bisogni ecologico-ambientali. Specializzarsi e sviluppare
ricerca scientifica e tecnologica, applicazioni produttive, modelli
di intervento e di gestione, capacità di impresa in questi
settori, significa orientarsi verso una prospettiva con potenzialità
di espansione, anche internazionale, a differenza dei settori di
tecnologie avanzate già “occupati”, in termini
difficilmente raggiungibili, da altri sistemi-paese, oppure dei
settori manifatturieri finalizzati ai consumi individuali, che conoscono
ormai ben noti fenomeni di saturazione.
Ma, soprattutto, l’elemento sostanziale di questa strategia
si basa sul fatto che, per i motivi che abbiamo ripetutamente ricordato,
è necessario cambiare la cultura della produzione e dello
sviluppo dalla quantità alla qualità: intelligenza,
ricerca scientifica e tecnologica, organizzazione produttiva vanno
indirizzati alla razionalità dell’uso equo ed efficiente
di risorse limitate e alla compatibilità di questo uso con
la qualità della vita.
Certo, si è ben consapevoli che sarà sempre meno possibile
(e neppure fruttuoso) fare scelte politiche di fondo, di politica
economica e sociale, ed anche di politica ambientale, senza un riferimento
molto più stretto e fecondo con la dimensione europea. E
d’altra parte, la problematica di riorientare investimenti
e occupazione dalle attività produttive tradizionali alla
produzione di sostenibilità non nasce certo ora e in Italia,
ma, come abbiamo ricordato con il riferimento al “libro bianco”
di Delors, nasce in Europa e, inoltre, il tema dello sviluppo sostenibile
si è approfondito sino ad occupare spazio crescente negli
indirizzi programmatici dei governi europei e ad essere recepito
come elemento caratterizzante dello sviluppo, come sancito nel preambolo
della stessa Carta dei Diritti fondamentali dell’UE. Certo,
non si può sottovalutare il carattere conflittuale tra questa
impostazione programmatica e posizioni fortemente ispirate al liberismo:
è dunque necessario collegarsi, per portare avanti questi
indirizzi, a tutte quelle forze culturali, sindacali e politiche
europee che si muovono all’insegna della caratterizzazione
di un’Europa “sociale e sostenibile”.
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